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In tempi di crisi dell’emotività “conviene” ancora investire affettivamente in qualcuno?

In tempi di crisi dell’emotività “conviene” ancora investire affettivamente in qualcuno? La rispostà è sì, ma con qualche riserva che cercherò di spiegare nel prosieguo del post.

Siamo in crisi economica certo, ma anche dell’emotività. Quello che facciamo giorno dopo giorno è trascinarci in una routine fisica e mentale logorante, senza un briciolo di consapevolezza su quali sono i motivi che ci spingono a fare le cose che facciamo, a sentire le cose che sentiamo. Non c’è chiarezza nella nostra esperienza.

Siamo emotivamente incapaci di capire affondo i nostri bisogni, e li frustriamo incessantemente con nuove relazioni disfunzionali che non fanno altro che aggiungere sofferenza al sacco emotivo che ci portiamo dietro dall’infanzia.

Ma cosa vuol dire investire emotivamente in qualcuno? Vuol dire condividere con quella persona le cose che ci fanno entusiasmare, o per meglio dire condividere l’entusiasmo che abbiamo in modo che anche lei si senta trasportata. Vuol dire aprirsi raccontando delle esperienze dolorose in modo che l’altro possa capire meglio noi ed il nostro passato e stare ad ascoltarlo con empatia quando lui/lei ci vuole rivelare qualche sua fragilità non additandola subito come una debolezza. L’investire affettivamente ha anche a che fare col curare l’altro e la relazione in modo che evolva, fargli sapere con gesti e parole che lo consideriamo importante, dargli le giuste attenzioni. In sostanza però investire emotivamente su qualcuno è condividere il tuo centro, le tue positività, in modo da attuare una comunicazione profonda, non solo a livello logico/razionale, ma anche a livello emotivo e di relazione, con quegli indicatori di cui parlavo poco sopra che fanno sapere all’altro: “Per me sei importante”.

Anche una piccola comunicazione, un piccolo gesto di gentilezza, può essere considerato un’apertura emotiva verso l’altro e quindi un investimento emotivo che stiamo facendo verso l’altra persona, ma se questa apertura viene frustrata da qualcosa, l’altra persona può ritrarsi. Ed a furia di ritrarsi si perde la voglia di avvicinarsi all’altro, e si crea distanza. Bisogna però capire bene, nel momento in cui compiamo il gesto, il carico emotivo e le aspettative che riponiamo in esso, ed anche che l’altra persona potrebbe non capirlo, potrebbe semplicemente reagire in un modo diverso da quello che prevedevamo nella nostra testolina, o potrebbe semplicemente non farsene nulla.

Dobbiamo quindi avere un confine e sapere quando ne vale la pena, e quando no. Quando ci siamo esposti troppo senza trovare riscontro e di conseguenza ne siamo stati frustrati. Costruire relazioni con un amico/a o con un partner richiede consapevolezza di come si è veramente (e non di come pensiamo di essere) e del proprio carico di traumi e sofferenze, e questo da entrambi i lati, e forse è questo il “guaio” maggiore, perché cercare di spiegare le reazioni alla relazione che si percepiscono al livello della comunicazione e dello stare insieme è una cosa difficile, molto difficile.

Come stai?

La sentiamo d’ovunque questa frase; nel contesto sociale è la preferita per iniziare una conversazione, insieme ad un ciao!, e questo sia che ci importi veramente della risposta sia che quelle parole abbiano per noi lo stesso interesse dell’ultima pettinatura di Lindsay Lohan .

In apparenza, quindi, questa domanda non riveste un gran significato, eppure se ci si impegna a rispondere seriamente e senza mentire a se stessi, è una domanda difficile che richiede un minimo di impegno e di introspezione.

Bisognerebbe prendere in considerazione, in primis, il rapporto con la persona che ci ha posto la domanda, la nostra fiducia in lei e nel fatto che lei possa capire quello che potremmo provare in quel momento. Poi l’effetto che le parole di risposta potrebbero avere sull’altra persona, se dicendo la verità, la sconvolgessimo a tal punto.

Poi ovviamente c’è la grossa fetta della domanda che riguarda noi, il nostro mondo emotivo, che comincia con l’autoconsapevolezza delle nostre emozioni nel momento stesso in cui si presentano. continua con la scoperta di cosa (o chi) ha provocato in noi quel determinato stato d’animo e finisce con la nostra capacità di comunicare il tutto in maniera “sintetica”, chiara e capibile dall’altra persona.

Certo, se uno non ne ha voglia, potrebbe dire solo: “Benone, grazie!”. Ma sapere come, e perché, si sta in un certo modo è essenziale nel cammino dell’ autoconsapevolezza. La corretta percezione del corpo e delle emozioni non è cosa semplice per tutta una serie di ragioni, perché, quello che sostanzialmente accade con l’avanzare dell’età è un progressivo distacco dal corpo, dalle emozioni, ad opera dei molti condizionamenti che operano in noi e di cui non siamo consapevoli, ma che ugualmente hanno il loro effetto.

La conseguenza di tutto questo è quella che le nostre movenze sono simili a quelle dei robot, siamo rigidi nel corpo e lo siamo anche nel cuore, abbiamo paura.

Forse ricamare tutto questo da una semplice domanda può sembrare forzato, ma se ora vi chiedessi: “Come state?”, cosa rispondereste?

 

 

 

Siamo veramente liberi di scegliere cosa essere?

Siamo veramente liberi di scegliere cosa essere nel presente? La mia risposta è si, lo siamo, e nel prosieguo cercherò di spiegare perché per me è così, ma ci vuole un pò di impegno per diventare “liberi”.

Sin dall’infanzia abbiamo piantato dei semi che piano piano stanno dando frutto ora, il buddhismo afferma che questi semi si sono accumulati lungo il corso delle innumerevoli vite che abbiamo passato nel samsara, cioè nell’esistenza ciclica di morte e rinascita e quindi di sofferenza, ma senza andare così oltre siamo tutti consapevoli dell’importanza del passato in ciò che ha fatto di noi quello che siamo nel presente.

In questo contesto le parole chiave per cercare di capire perché veniamo così pesantemente influenzati dal passato sono “educazione”, “figure autoritarie e genitoriali”, “traumi”, “relazioni di attaccamento”, “ambiente favorevole”, “trascorsi emotivi”, ecc. Tutte parole che si riferiscono al periodo della nostra vita più sguarnito sotto il punto di vista delle difese, fisiche ed emotive, che non potevamo mettere in atto.

Abbiamo dovuto, in un modo o nell’altro, soccombere al bisogno di amore che avevamo perdendo parti importantissime di noi che ora si fanno risentire e ci creano tanti problemi. In più ed in concomitanza, e cosa ben più grave forse, abbiamo sviluppato delle maschere per renderci ciechi proprio di quelle parti che in passato erano state rifiutate. Generalmente parlando queste parti che abbiamo bisogno di integrare sono legate alle emozioni forti e conflittuali che non sono state capite. Il bambino ha un’estremo bisogno di accettazione incondizionata, perché l’accettazione di sè è legata all’amore che lui sente provenire dalle persone che gli vogliono bene, quindi non accettare le emozioni del bambino significa non amarlo.

Il risultato è che siamo pezzi di un puzzle di cui non riusciamo a vederne il disegno, sembrano essere un mostro non ben identificato, quando invece, se ci si dà il tempo e la pazienza di metterli insieme, essi raffigurano uno splendido paesaggio.

Quindi un lavoro certosino di ricerca e ricollocazione delle parti presenti in noi è doveroso, e questo è un aspetto di quello che chiamo consapevolezza. Consapevolezza dei propri trascorsi emotivi, in questo caso.

Ecco perché ci vuole impegno, perseveranza e pazienza.

C’è anche un altro tipo di consapevolezza, quella del momento presente proprio nel momento in cui accade. Se ci fosse questo tipo di saggezza continuativa non dovremmo fare tutto il lavoro di ricostruzione delle parti in noi, perché è come se cogliessimo con arco e freccia direttamente il centro di un ipotetico bersaglio in un sol colpo invece di continuare ad esercitarci e a migliorare la nostra tecnica. Ecco perché le meditazioni di consapevolezza sono importanti, perché anche se siamo coscienti che dopo un pò perderemo la sensibilità nel cogliere le sfumature del respiro dobbiamo tendere al “centro” di noi stessi, direttamente e senza intermediari.

Spero di aver fatto capire che per me libertà è soprattutto libertà emotiva. E’ quando si sciolgono tutti i nodi emotivi che ci si sente liberi. Come dopo una grande impresa, quando siamo al culmire della soddisfazione, respiriamo in un certo modo.

Quel tipo di respiro dovrebbe accompagnarci sempre.

There’s always something to learn, even from someone unexpected.

I recently bought an LPCxpresso base board with a LPCxpresso lpc1769 to dive into the embedded world.

I think that know ARM’s microcontroller and a bit of the embedded development (with a RTOS) can boost your engineer mind, even a computer science engineer. The same idea, that an engineer (at least the set that have to deal with microprocessors and eletronic device) have to know a bit of low-level stuffs,  has been accepted by the University of Bologna, with at least two course that focus on embedded stuffs (but maybe more than two); but not from my actual University (sadly).

But not digress, the purpose of this post is to share a link of a comment (that have some wisdom) on a web page. The page is an “about” page of a German guy, Elia, that is 16 years old and have the passion for electronic, that will take him away, according to the man’s comment.

The comment on that page is awesome, check it out.

 

 

Qual è il tuo centro?

526748_434987003222518_101372040_nQualche giorno fa sono stato al cinema a vedere “Le 5 leggende”, l’ultimo film di animazione della DreamWorks. Sicuramente da vedere.

In una scena particolarmente densa di significato Nord, Babbo Natale, chiede a Jack Frost (il protagonista) se conosce o meno il suo centro. Jack risponde che non sa di cosa parla; non ricorda nulla del suo passato figuriamoci se sa qual è il suo centro. A questo punto Babbo Natale chiede a Jack di prendere una bambola matrioska e di aprirla: lì dentro, in fondo a tutti gusci, c’è il centro di Nord.

Ebbene il suo centro è un pezzettino di legno unico, indivisibile, raffigurante un bambino meravigliato, con graaandi occhi stupefatti. Nord dice che è quella meraviglia che vuole condividere col mondo, perché quella è la parte più pura e più profonda di lui.

Ecco che la scena di un film di animazione si trasforma in un insegnamento spirituale di altissimo livello.

All’esterno vi sono tante identità incastrate una dentro l’altra, ognuna con un proprio linguaggio (ebbene si), un proprio modo di vedere le cose, dei propri bisogni (il più delle volte frustrati), un proprio mondo onirico. Sono i programmi di cui ho parlato nei post precedenti (vedi affrancarsi dalla mente macchina), reazioni automatiche che si cristallizzano fino a diventare identità in cui noi ci riconosciamo e pensiamo siano noi. Sono maschere che in passato abbiamo indossato e che ci hanno fatto indossare per tanto di quel tempo che non riconosciamo più neanche noi il nostro centro. Esse sono il frutto dell’educazione impostaci, delle umiliazioni e dei traumi subiti. In una parola sono condizionamento. 

Per affrancarci da tutto questo dobbiamo risolvere le emozioni che stanno dietro a tutte queste numerose identità. Dobbiamo cioè, piano piano, con tanta pazienza e dolcezza, aprire tutti quei gusci vuoti per ritrovare la nostra pienezza dell’indivisibile. 

Può darsi che in superficie troveremo tante maschere di accondiscendenza, buonismo, ipocrisia, superiorità, per poi arrivare ai gusci vuoti della rabbia, dell’abbandono, del dolore, della frustrazione.

Dobbiamo scavare affondo. Dobbiamo essere dei cercatori di verità. Della nostra verità.

Si può fare in molti modi, è un cammino spirituale dalle molte forme e vie, tutto stà nello scegliere la via giusta per noi.

E quindi, dov’è il vostro centro? Quali sono i gusci vuoti che dovrete attraversare per arrivare al pezzettino di legno pieno? Quali sono le facce raffigurate sui gusci?

 

L’importanza del proprio mondo emotivo.

Siamo come dei moderni Mersault. E’ il protagonista di un romanzo di Albert Camus, egli riassume bene la tendenza odierna della società verso la robotizzazione e l’alienazione dalle proprie emozioni e dal proprio corpo.

Siamo come dei moderni, tecnologici, industrializzati, multinazionalizzati…zombie. Quelli sono già morti, ma noi non sappiamo cosa sia vivere. Ci trasciniamo giorno per giorno in una routine che è tutta uguale, senza un minimo di consapevolezza.

Le città sono sempre più alienanti, abbiamo efficientissimi scambi di lavoro e di sesso (che chiamiamo relazioni d’amore); siamo macchine. Facciamo qualsiasi cosa pur di non dover restare soli con noi stessi perché questo vorrebbe dire dare parola alle nostre vere priorità, ai nostri veri bisogni. Che sono gli stessi essenzialmente per tutti: avere una vita densa di emozioni positive e vivere attorno ad un ambiente e a delle persone che scaldano il cuore, per cui proviamo profondi sentimenti e ne siamo in questo ricambiati. Ed è qui che sorge il problema.

Non sappiamo più cosa significhi provare delle emozioni e dei sentimenti, un tempo lo sapevamo, da bambini; ora non più. La psicoterapeuta Alice Miller nel suo libro “Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé” centra bene il problema. Il tema del libro è la perdita del proprio Sé, cioè della capacità di provare delle emozioni autentiche, che sono in sintonia perfetta con quello che sentiamo. La perdita è il risultato della mancanza di amore, di affetto e di empatia nell’infanzia sommata al fatto di dover corrispondere ad un’immagine imposta dai propri genitori (per le loro esigenze di potere), oltre che al fatto di aver subìto maltrattamenti ed abusi (sia fisici che verbali), come se non bastasse. E’ un dramma nascosto, però. Perché idealizziamo chi non ci ha cresciuti con amore, insomma è il lascito di un’idea che ci portiamo fin da bambini perché allora non potevamo far altro che mentire a noi stessi. Ne andava di mezzo la nostra sopravvivenza in quanto bambini bisognosi di cure. Perché realizzare una tale verità allora avrebbe voluto dire morire, né più né meno.

Si crea così una spaccatura nella personalità, che è poi una spaccatura a livello emotivo. Non riconosciamo né proviamo più emozioni. Le subpersonalità crescono e si fanno forti e strutturate. Ecco che si creano le condizioni per una vita adulta fatta di depressione, insoddisfazione cronica, totale assenza di capacità di avere contatti con persone che non ci denigrano, ci fanno stare male, ci sfruttano…Il risultato è sofferenza. Che affonda però le radici sempre nelle modalità di relazione con le figure genitoriali e importanti della nostra infanzia. Il disco è rotto, e si ripete. Finché non si spezza il circolo, i figli dei figli faranno gli stessi errori, e così via.

Riprendere contatto con le proprie emozioni ed il proprio corpo vuol dire venire a contatto con reazioni che penseremo non avremmo mai avuto. Vuol dire ristrutturare la propria identità, che è essenzialmente fatta di immagini statiche e ammuffite, per accogliere altre sfaccettature, per accogliere il dinamismo di un corpo che sente, prova, gioisce, piange e ride, si arrabbia, scalpita e screpita. Grida.

C’è sempre un’emozione che fa da sfondo a tutta la nostra routine, oramai non c’è ne accorgiamo più dato che è diventata così scontata da non sentirla. E’ da lì che dobbiamo partire alla ricerca di quello che veramente siamo.

Siamo corpo, oltre che mente. Non dimentichiamolo. Facciamo in modo che il corpo riprenda il posto e la dignità che gli spetta.

Il problema delle immagini di sé.

Oggi vorrei parlare delle immagini di sé. Quei macigni che ci portiamo dietro da tanti anni. E che ci creano molti problemi e sofferenze.

Cristallizazioni di ruoli, di aspettative delle nostre figure autoritarie di un tempo, esse sono essenzialmente il risultato delle pressioni “educative” impartiteci nell’infanzia.

Dovevamo essere “bravi” bambini, non dovevamo far arrabbiare i genitori, dovevamo fare quello che dicevano loro, dovevamo andare a letto presto, fare silenzio, essere educati. Dovevamo essere come loro volevano che fossimo. Gli esempi non si contano più. Quanti genitori interrogati avrebbero risposto “che era per il loro bene”, anche se gli veniva mollato un ceffone. Ma i bambini vedono soltanto che di fronte a loro c’è una persona aggressiva, ed hanno paura, che dovrebbe amarli, difenderli ed accettarli per quello che sono. Invece fa proprio tutto il contrario. Quanti genitori con la scusa del “ceffone che fa bene” perpetuano soltanto il loro potere su di un figlio? E se interrogassimo il loro inconscio, che riesce a discriminare chiaramente le motivazioni dietro un gesto, cosa avrebbe risposto?

Sono delle maschere talmente radicate che, quando le indossiamo, reprimiamo una parte considerevole del nostro universo emotivo. Così, non sei libero.

Perché cerchi sempre di piacere a tutti? Perché sei accondiscendente? Tendi a minimizzare un fatto che lede la tua dignità e a razionalizzare sull’accaduto? Giustifichi troppo le persone di cui senti di avere bisogno?

Il problema è che una volta radicate divengono la tua identità, ti identifichi con queste maschere. Pensi che sia normale accontentare tutti, essere remissivo, evitare di incazzarti palesemente (anche se dentro ribolli ma nemmeno tu lo percepisci), eccetera. Tutta questa grande farsa non fa altro che renderti inconsapevole di tutte le tue parti. Si esatto, sei composto da parti. Spesso in disaccordo perché hanno bisogni diversi, che non sai manco tu quali. Ma tutte parlano e tutte vogliono essere riconosciute, apprezzate ed amate in egual misura. In questo senso se reprimi una parte di te poi quella parte in qualche maniera si farà risentire sotto altra forma, nei sogni ad esempio oppure come un sintomo psicosomatico.

Conosci le parti che ti compongono? Sai quali sono i bisogni frustrati di cui sono una diretta conseguenza? Riconoscere che non siamo uno,  cercare le proprie parti, farle esprimere ed evolvere verso l’unificazione è una necessità per quelle persone che hanno scelto di intraprendere un cammino di consapevolezza.

Stà sicuro che ristrutturare la propria identità farà male. Crea agitazione, angoscia, smarrimento.

Rifiutare le maschere  che si son formate da tanto tempo per scoprire chi veramente siamo significa mettere in dubbio una parte considerevole di quello che noi pensiamo di essere. Non è un processo semplice. E manco di breve durata.

 

 

Perché iniziare a meditare.

“La radice dei nostri stati mentali è dentro di noi”. E’ un caposaldo del Buddhismo e sono sicuro che la psicologia occidentale non avrebbe nulla da ridire su questa frase.

Siamo noi che creiamo la nostra realtà e siamo noi che “decidiamo” come reagire alle varie situazioni. C’è sempre un margine di manovra, sempre una scelta da fare, per quanto piccola o inconsapevole che sia. L’educazione, i traumi ed il passato servono solo a farci rifare gli stessi errori ed a trovare le stesse persone che vorremmo evitare.

Tutto è il risultato di cause e condizioni che si aggregano a formare l’ infelicità/illusione, o la felicità/realtà. Nulla possiede il carattere della permanenza. Il Buddhismo è molto chiaro in ciò.

Siamo sempre più prigionieri delle nostre tendenze, o semi nel Buddhismo. Le tendenze sono le cose che penseremo, diremo e faremo se il nostro passato avesse la sola voce in capitolo di decidere per noi. Ma non è così.

Ecco perché ognuno è responsabile del proprio atteggiamento e del proprio modo di porsi con gli altri. Può irradiare un’energia positiva, che mette a proprio agio le persone che ne vengono raggiunte; oppure può irradiare rabbia, spesso non riconosciuta e velata, disprezzo, spesso inconsapevole, quando addirittura odio e violenza (psicologica, è ovvio).

Il punto fondamentale è che il nostro passato ci perseguita, sempre. A meno che non abbiate trovato dei genitori che vi abbiano fatto esprimere (e non reprimere) tutta la tavolozza dei colori delle emozioni avete sviluppato una scissione. Nella percezione, è questo il guaio. E poi nella personalità, doppio guaio. Nella società odierna tutte quelle emozioni che hanno come base la rabbia, la tristezza e loro derivati non sono bene accette.

Dobbiamo assecondare le aspettative del genitore perché crediamo che lui sappia cosa è meglio per noi. E se il papà o la mamma vuole un bambino che non si arrabbia mai o non è mai triste noi impareremo a fingere. Fingere. E poi crederemo che quella maschera che c’eravamo messi tanto tempo fa per piacere alle figure autoritarie della nostra infanzia siamo noi. Ma non può essere. E’ una follia.

Allora cosa dovremmo fare? Continuare a fingere? Certa gente è così tanto immersa nelle proprie maschere e nelle proprie illusioni che davvero non si rende conto di nulla.

Unificare corpo è mente significa, anche, riappropriarsi delle proprie emozioni cacciate a forza dentro il nostro sacco emotivo, solo perché qualche adulto lo voleva.

E qual’è il cammino che conduce, tra le altre cose, a riappropriarsi delle proprie emozioni e percezioni? La consapevolezza, semplice. Ci sono innumerevoli metodi per aumentare la consapevolezza di sé, ma la meditazione vipassana è quella di cui voglio parlarvi in questo momento.

Tecnica finissima per sondare la realtà in tutti i suoi innumerevoli aspetti la meditazione di visione profonda mira a sviluppare “una consapevolezza ininterrotta del momento presente” come dice bene il venerabile monaco Henepola Gunaratana, nel suo “La pratica della consapevolezza – in parole semplici”, edito da Ubaldini Editore.

Il Buddhismo ha dato alla mente un ruolo centrale ed il Buddha, duemilacinquecento anni fa, la chiamava “scimmia”, perché non sta mai ferma. La meditazione vipassana mira ad uno stadio iniziale a sviluppare una certa concentrazione e calma (come diretta conseguenza), e poi a sondare tutte le manifestazioni che si affacciano al nostro universo percettivo. Buone o brutte, piacevoli o spiacevoli. Non importa. La consapevolezza deve essere continuata e non divisa. Proprio il contrario di come ci troviamo noi adesso. Scissi e non in pace.

Ecco quindi che la pratica permetterà a tutta l’immondizia emotiva che ci portiamo dietro di manifestarsi, ma questa volta con consapevolezza. Ed il fatto di puntare su queste emozioni spiacevoli la luce dell’attenzione consapevole le farà dissolvere, senza che più si manifestino. Il karma si è interrotto, non getteremo più le basi che saranno le condizioni per una futura infelicità, ma avverrà tutto l’opposto. Impareremo ad innaffiare i semi delle emozioni positive e a lasciare senz’acqua quelli delle tendenze negative. Ma ci vuole tanto tempo, e bisogna pur iniziare da qualche parte.

Perché quindi non sedersi in meditazione?

 

 

 

Il potere, solo un’illusione.

In quali modi cerchiamo il potere e perché? Perché cerchi di ottenerne di un tipo invece di un altro? E’ una domanda che mi pongo da un pò.

Partiamo dal fatto incontestabile che il potere qualcuno te lo deve dare; e se non è qualcuno è qualcosa che te lo deve fornire. Secondo me tutto parte dalla costatazione (inconscia) che se ne ha poco, quindi da un’immagine di sé debole o frustrata da qualcosa. La ricerca del potere sarebbe quindi un fenomeno compensativo della propria immagine (che gran scoperta).

Facciamo un esempio: mettiamo che il signor Tal Dei Tali abbia problemi “vari” nella zona del secondo chakra, metterà quindi in atto degli abili escamotage per salvare la sua (malconcia) autostima. Si comprerà una moto potente scambiando l’attrezzo meccanico che “fila come il vento e si accende sempre” con il proprio…avete capito. La disfunzione però potrebbe anche non essere presente nella zona del secondo chakra, tali individui spesso e volentieri funzionano bene “lì sotto”, e solo che non gli si drizza il cervello. Perdonate l’analogia. Un altro esempio del potere come compensazione lo ritroviamo nei seduttori, uomini o donne che siano. Nell’atto stesso di sedurre acquisiscono il potere che gli viene concesso in misura proporzionale dall’altro/altra. I narcisisti incalliti spesso manipolano e seducono per il solo scopo di acquisire potere e lenire la vera l’immagine di sé che è a brandelli (e questo i narcisisti lo sanno inconsciamente). Il mondo della pornografia con questo genere di cose ci fa i miliardi, pensate ad un frustrato/castrato/impotente, cosa farà secondo voi per riacquistare l’agognato potere? Esatto, svaligerà un porno shop di film hard.

E i ricatti subdoli che un marito potrebbe fare alla moglie che non lo ama più (o vice versa)? Con i soldi e i figli si trovano sempre i mezzi per ricattare e sentirsi “potenti”. Ed invece il padre che impone ai propri figli maggiorenni una condizione da lager perché altrimenti li sbatterebbe via di casa?

Soldi, seduzione, politica, belle macchine, moto scattanti (che si accendono quando glielo chiedi e non fanno cilecca), status symbol, tutta roba abbastanza comune per ricercare il potere derivante da un’immagine frustrata si sé. Ma vogliamo parlare del potere “mentale”? Uomini (o donne) che studiano, si applicano diligentemente e spendono un sacco di soldi in corsi che insegnano l’arte della manipolazione, ovvero, se usata male, la PNL (programmazione neuro-linguistica).

Non sarebbe meglio fermarsi, capire il meccanismo e prendersi cura di sé e di quello che veramente ci occorre senza andare ad ingrassare l’ego con un’immagine (fasulla e costruita ad hoc) che ci fa “vibrare” in basso?

Affrancarsi dalla mente-macchina.

Sembra che l’uomo normale sia provvisto di emozioni, sentimenti. Che ciò che svolge ogni giorno sia il frutto della sua volontà, del suo intimo sentire. E se nessuno si è mai preso la briga di indagare sulle sue emozioni e motivazioni può pensare che tutto ciò sia per la maggior parte spontaneo.

A conti fatti siamo invece più simili a macchine, computer in effetti. La peculiarità di un computer è quella che, programmandolo a dovere ed inserendogli dei dati in input, esso produrrà un adeguato output. E’ una macchina universale, nel senso che si può far girare su qualsiasi programma, basta avere un buon programmatore ed un pizzico di memoria.

Ecco per l’uomo i programmi salvati nella sua memoria sono tantissimi, esageratamente tanti. Ed il più delle volte sono scritti in una cartella che il proprietario della mente ha dimenticato in un angolo sperduto della memoria, sempre pronto ad attivarsi allorché esso riceva il giusto input. Il grosso problema è che questi programmi malevoli sono sempre in memoria, girano sempre. Ed in genere sprecano risorse preziosissime, sempre seguendo il parallelo con il computer. Queste risorse sono il tempo che questi programmi risultano attivi in memoria, togliendo spazio ed energia ad altro. Sono le canzoni che non risuciamo a toglierci dalla testa, le ossessioni, le compulsioni. Sono le preoccupazioni che ci tormentano, le paure che ci inseguono.

L’uomo è condizionato dalle esperienze passate della sua vita a comportarsi ed a sentire come ha imparato, da chi gli ha salvato il programma incriminato nella mente. L’educazione genitoriale in tenera età è il primo pesantissimo esempio di programma ben congeniato per essere succubi delle emozioni negative. I traumi seguono di pari passo.

Qualcuno fa o dice qualcosa che ci ricorda qualcos’altro di simile sentito nel passato ed il programma è partito. Non c’è modo per il momento di fermarlo. Rabbia, dolore, paura, ansia, tristezza, sconforto. Solo per citarne alcune. Non siamo noi che scegliamo come sentirci, sono gli altri e le situazioni esterne a dettare legge. Questo è molto triste.

Obbligati in una prigione con sbarre che non vediamo, noi reagiamo.

Ci hanno insegnato a sentirci inadeguati, a non meritare amore, a reprimere la rabbia e la frustrazione, a non esternare le emozioni, a essere rigidi nel cuore e nel corpo, a non lasciarci andare quando facciamo l’amore, a proiettare la nostra ombra all’esterno quando invece è dentro di noi, a non rischiare uno slancio d’affetto ed a fare tutto ciò creando ogni giorno una realtà che verifica se stessa come un cerchio. Non c’è via di fuga, forse.

Tutte le religioni orientali pongono enfasi sul fatto che bisogna arrivare a sviluppare la saggezza elevando il proprio livello di comprensione e di consapevolezza sempre di più. Comprensione e consapevolezza del nostro passato doloroso e traumatico, delle nostre emozioni negative irrisolte e riposte nel sacco, delle dinamiche relazionali che mettiamo in atto inconsapevolmente, delle subpersonalità che si attivano ogni giorno. Questo è evolvere.

Potere, denaro, fama. Sono tutte stronzate. Rimarrai succube come un povero schiavo. Uno di quelli che basta il minimo cenno con la capo del proprio padrone per attivarlo come una cavalletta a portare del vino al tavolo, a ballare rendendosi ridicolo coi commensali, ad essere ricoperto di insulti.

Per sviluppare consapevolezza bisogna prima acquietare la mente, nel Buddhismo la meditazione che porta a questo risultato si chiama samatha. Una volta fatto sedimentare lo stagno sporco della mente si può passare alla meditazione di visione profonda, o vipassana. E non smettere mai di praticare.