“La radice dei nostri stati mentali è dentro di noi”. E’ un caposaldo del Buddhismo e sono sicuro che la psicologia occidentale non avrebbe nulla da ridire su questa frase.
Siamo noi che creiamo la nostra realtà e siamo noi che “decidiamo” come reagire alle varie situazioni. C’è sempre un margine di manovra, sempre una scelta da fare, per quanto piccola o inconsapevole che sia. L’educazione, i traumi ed il passato servono solo a farci rifare gli stessi errori ed a trovare le stesse persone che vorremmo evitare.
Tutto è il risultato di cause e condizioni che si aggregano a formare l’ infelicità/illusione, o la felicità/realtà. Nulla possiede il carattere della permanenza. Il Buddhismo è molto chiaro in ciò.
Siamo sempre più prigionieri delle nostre tendenze, o semi nel Buddhismo. Le tendenze sono le cose che penseremo, diremo e faremo se il nostro passato avesse la sola voce in capitolo di decidere per noi. Ma non è così.
Ecco perché ognuno è responsabile del proprio atteggiamento e del proprio modo di porsi con gli altri. Può irradiare un’energia positiva, che mette a proprio agio le persone che ne vengono raggiunte; oppure può irradiare rabbia, spesso non riconosciuta e velata, disprezzo, spesso inconsapevole, quando addirittura odio e violenza (psicologica, è ovvio).
Il punto fondamentale è che il nostro passato ci perseguita, sempre. A meno che non abbiate trovato dei genitori che vi abbiano fatto esprimere (e non reprimere) tutta la tavolozza dei colori delle emozioni avete sviluppato una scissione. Nella percezione, è questo il guaio. E poi nella personalità, doppio guaio. Nella società odierna tutte quelle emozioni che hanno come base la rabbia, la tristezza e loro derivati non sono bene accette.
Dobbiamo assecondare le aspettative del genitore perché crediamo che lui sappia cosa è meglio per noi. E se il papà o la mamma vuole un bambino che non si arrabbia mai o non è mai triste noi impareremo a fingere. Fingere. E poi crederemo che quella maschera che c’eravamo messi tanto tempo fa per piacere alle figure autoritarie della nostra infanzia siamo noi. Ma non può essere. E’ una follia.
Allora cosa dovremmo fare? Continuare a fingere? Certa gente è così tanto immersa nelle proprie maschere e nelle proprie illusioni che davvero non si rende conto di nulla.
Unificare corpo è mente significa, anche, riappropriarsi delle proprie emozioni cacciate a forza dentro il nostro sacco emotivo, solo perché qualche adulto lo voleva.
E qual’è il cammino che conduce, tra le altre cose, a riappropriarsi delle proprie emozioni e percezioni? La consapevolezza, semplice. Ci sono innumerevoli metodi per aumentare la consapevolezza di sé, ma la meditazione vipassana è quella di cui voglio parlarvi in questo momento.
Tecnica finissima per sondare la realtà in tutti i suoi innumerevoli aspetti la meditazione di visione profonda mira a sviluppare “una consapevolezza ininterrotta del momento presente” come dice bene il venerabile monaco Henepola Gunaratana, nel suo “La pratica della consapevolezza – in parole semplici”, edito da Ubaldini Editore.
Il Buddhismo ha dato alla mente un ruolo centrale ed il Buddha, duemilacinquecento anni fa, la chiamava “scimmia”, perché non sta mai ferma. La meditazione vipassana mira ad uno stadio iniziale a sviluppare una certa concentrazione e calma (come diretta conseguenza), e poi a sondare tutte le manifestazioni che si affacciano al nostro universo percettivo. Buone o brutte, piacevoli o spiacevoli. Non importa. La consapevolezza deve essere continuata e non divisa. Proprio il contrario di come ci troviamo noi adesso. Scissi e non in pace.
Ecco quindi che la pratica permetterà a tutta l’immondizia emotiva che ci portiamo dietro di manifestarsi, ma questa volta con consapevolezza. Ed il fatto di puntare su queste emozioni spiacevoli la luce dell’attenzione consapevole le farà dissolvere, senza che più si manifestino. Il karma si è interrotto, non getteremo più le basi che saranno le condizioni per una futura infelicità, ma avverrà tutto l’opposto. Impareremo ad innaffiare i semi delle emozioni positive e a lasciare senz’acqua quelli delle tendenze negative. Ma ci vuole tanto tempo, e bisogna pur iniziare da qualche parte.
Perché quindi non sedersi in meditazione?