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L’impatto tra le caratteristiche infantili e le norme sociali

Non ho mai trovato questo concetto espresso meglio che in queste parole  che sto per riportare (da “Parlare insieme” di Friedemann Schultz Von Thun, Editrice TEA). Lo psicologo spiega perché in noi avviene una scissione di personalità come risultato dell’educazione impartitaci dai genitori.

“Un’esperienza basilare per quasi tutti i bambini è la parziale inconciliabilità dei propri desideri e caratteristiche con le regole della società. <<Essere bravi, chiedere poco, sottomettersi, non rompere niente, reprimere la rabbia, non manifestare la propria sessualità, questi sono i divieti infinitamente difficili da interiorizzare, dai quali dipende il benessere psicologico del bambino>> (Richter 1974, p. 80). Primi tra tutti sono i genitori che attraverso la ricompenza o la punizione, l’affetto o la sottrazione di affetto, trasmettono queste norme al bambino insieme alla paura del suo Io indesiderato. Questa paura è giustificata, non è affatto nevrotica e porta all’adeguamento e alla repressione delle componenti <<cattive>>. In questo processo i genitori (e più tardi gli educatori dell’asilo, gli insegnanti, i coetanei) diventano una sorta di giudici, dal cui sguardo dipende la felicità e il senso del proprio valore. E il bambino impara che solo certi sentimenti, pensieri, comportamenti che gli appartengono riscuotono l’approvazione del giudice; gli altri sono <<cattivi>> e come tale devono essere repressi e nascosti agli altri.

A questo punto accade qualcos’altro: il bambino, con il passare del tempo, si appropria delle valutazioni del giudice, le <<interiorizza>>. Le sensazioni e gli impulsi proibiti non hanno più bisogno di un giudice esterno per essere repressi; scatenano automaticamente sensi di colpa e vergogna: il giudice ora è dentro di noi sotto forma di una coscienza, del senso dell’onore, del Super Io. Con la creazione del Super Io, la paura si fa sentire con meno prepotenza, perché gli impulsi, che implicano la punizione, vengono repressi in tempo; sulla fossa dei serpenti viene messa una copertura.”

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In tempi di crisi dell’emotività “conviene” ancora investire affettivamente in qualcuno?

In tempi di crisi dell’emotività “conviene” ancora investire affettivamente in qualcuno? La rispostà è sì, ma con qualche riserva che cercherò di spiegare nel prosieguo del post.

Siamo in crisi economica certo, ma anche dell’emotività. Quello che facciamo giorno dopo giorno è trascinarci in una routine fisica e mentale logorante, senza un briciolo di consapevolezza su quali sono i motivi che ci spingono a fare le cose che facciamo, a sentire le cose che sentiamo. Non c’è chiarezza nella nostra esperienza.

Siamo emotivamente incapaci di capire affondo i nostri bisogni, e li frustriamo incessantemente con nuove relazioni disfunzionali che non fanno altro che aggiungere sofferenza al sacco emotivo che ci portiamo dietro dall’infanzia.

Ma cosa vuol dire investire emotivamente in qualcuno? Vuol dire condividere con quella persona le cose che ci fanno entusiasmare, o per meglio dire condividere l’entusiasmo che abbiamo in modo che anche lei si senta trasportata. Vuol dire aprirsi raccontando delle esperienze dolorose in modo che l’altro possa capire meglio noi ed il nostro passato e stare ad ascoltarlo con empatia quando lui/lei ci vuole rivelare qualche sua fragilità non additandola subito come una debolezza. L’investire affettivamente ha anche a che fare col curare l’altro e la relazione in modo che evolva, fargli sapere con gesti e parole che lo consideriamo importante, dargli le giuste attenzioni. In sostanza però investire emotivamente su qualcuno è condividere il tuo centro, le tue positività, in modo da attuare una comunicazione profonda, non solo a livello logico/razionale, ma anche a livello emotivo e di relazione, con quegli indicatori di cui parlavo poco sopra che fanno sapere all’altro: “Per me sei importante”.

Anche una piccola comunicazione, un piccolo gesto di gentilezza, può essere considerato un’apertura emotiva verso l’altro e quindi un investimento emotivo che stiamo facendo verso l’altra persona, ma se questa apertura viene frustrata da qualcosa, l’altra persona può ritrarsi. Ed a furia di ritrarsi si perde la voglia di avvicinarsi all’altro, e si crea distanza. Bisogna però capire bene, nel momento in cui compiamo il gesto, il carico emotivo e le aspettative che riponiamo in esso, ed anche che l’altra persona potrebbe non capirlo, potrebbe semplicemente reagire in un modo diverso da quello che prevedevamo nella nostra testolina, o potrebbe semplicemente non farsene nulla.

Dobbiamo quindi avere un confine e sapere quando ne vale la pena, e quando no. Quando ci siamo esposti troppo senza trovare riscontro e di conseguenza ne siamo stati frustrati. Costruire relazioni con un amico/a o con un partner richiede consapevolezza di come si è veramente (e non di come pensiamo di essere) e del proprio carico di traumi e sofferenze, e questo da entrambi i lati, e forse è questo il “guaio” maggiore, perché cercare di spiegare le reazioni alla relazione che si percepiscono al livello della comunicazione e dello stare insieme è una cosa difficile, molto difficile.

Come stai?

La sentiamo d’ovunque questa frase; nel contesto sociale è la preferita per iniziare una conversazione, insieme ad un ciao!, e questo sia che ci importi veramente della risposta sia che quelle parole abbiano per noi lo stesso interesse dell’ultima pettinatura di Lindsay Lohan .

In apparenza, quindi, questa domanda non riveste un gran significato, eppure se ci si impegna a rispondere seriamente e senza mentire a se stessi, è una domanda difficile che richiede un minimo di impegno e di introspezione.

Bisognerebbe prendere in considerazione, in primis, il rapporto con la persona che ci ha posto la domanda, la nostra fiducia in lei e nel fatto che lei possa capire quello che potremmo provare in quel momento. Poi l’effetto che le parole di risposta potrebbero avere sull’altra persona, se dicendo la verità, la sconvolgessimo a tal punto.

Poi ovviamente c’è la grossa fetta della domanda che riguarda noi, il nostro mondo emotivo, che comincia con l’autoconsapevolezza delle nostre emozioni nel momento stesso in cui si presentano. continua con la scoperta di cosa (o chi) ha provocato in noi quel determinato stato d’animo e finisce con la nostra capacità di comunicare il tutto in maniera “sintetica”, chiara e capibile dall’altra persona.

Certo, se uno non ne ha voglia, potrebbe dire solo: “Benone, grazie!”. Ma sapere come, e perché, si sta in un certo modo è essenziale nel cammino dell’ autoconsapevolezza. La corretta percezione del corpo e delle emozioni non è cosa semplice per tutta una serie di ragioni, perché, quello che sostanzialmente accade con l’avanzare dell’età è un progressivo distacco dal corpo, dalle emozioni, ad opera dei molti condizionamenti che operano in noi e di cui non siamo consapevoli, ma che ugualmente hanno il loro effetto.

La conseguenza di tutto questo è quella che le nostre movenze sono simili a quelle dei robot, siamo rigidi nel corpo e lo siamo anche nel cuore, abbiamo paura.

Forse ricamare tutto questo da una semplice domanda può sembrare forzato, ma se ora vi chiedessi: “Come state?”, cosa rispondereste?

 

 

 

Siamo veramente liberi di scegliere cosa essere?

Siamo veramente liberi di scegliere cosa essere nel presente? La mia risposta è si, lo siamo, e nel prosieguo cercherò di spiegare perché per me è così, ma ci vuole un pò di impegno per diventare “liberi”.

Sin dall’infanzia abbiamo piantato dei semi che piano piano stanno dando frutto ora, il buddhismo afferma che questi semi si sono accumulati lungo il corso delle innumerevoli vite che abbiamo passato nel samsara, cioè nell’esistenza ciclica di morte e rinascita e quindi di sofferenza, ma senza andare così oltre siamo tutti consapevoli dell’importanza del passato in ciò che ha fatto di noi quello che siamo nel presente.

In questo contesto le parole chiave per cercare di capire perché veniamo così pesantemente influenzati dal passato sono “educazione”, “figure autoritarie e genitoriali”, “traumi”, “relazioni di attaccamento”, “ambiente favorevole”, “trascorsi emotivi”, ecc. Tutte parole che si riferiscono al periodo della nostra vita più sguarnito sotto il punto di vista delle difese, fisiche ed emotive, che non potevamo mettere in atto.

Abbiamo dovuto, in un modo o nell’altro, soccombere al bisogno di amore che avevamo perdendo parti importantissime di noi che ora si fanno risentire e ci creano tanti problemi. In più ed in concomitanza, e cosa ben più grave forse, abbiamo sviluppato delle maschere per renderci ciechi proprio di quelle parti che in passato erano state rifiutate. Generalmente parlando queste parti che abbiamo bisogno di integrare sono legate alle emozioni forti e conflittuali che non sono state capite. Il bambino ha un’estremo bisogno di accettazione incondizionata, perché l’accettazione di sè è legata all’amore che lui sente provenire dalle persone che gli vogliono bene, quindi non accettare le emozioni del bambino significa non amarlo.

Il risultato è che siamo pezzi di un puzzle di cui non riusciamo a vederne il disegno, sembrano essere un mostro non ben identificato, quando invece, se ci si dà il tempo e la pazienza di metterli insieme, essi raffigurano uno splendido paesaggio.

Quindi un lavoro certosino di ricerca e ricollocazione delle parti presenti in noi è doveroso, e questo è un aspetto di quello che chiamo consapevolezza. Consapevolezza dei propri trascorsi emotivi, in questo caso.

Ecco perché ci vuole impegno, perseveranza e pazienza.

C’è anche un altro tipo di consapevolezza, quella del momento presente proprio nel momento in cui accade. Se ci fosse questo tipo di saggezza continuativa non dovremmo fare tutto il lavoro di ricostruzione delle parti in noi, perché è come se cogliessimo con arco e freccia direttamente il centro di un ipotetico bersaglio in un sol colpo invece di continuare ad esercitarci e a migliorare la nostra tecnica. Ecco perché le meditazioni di consapevolezza sono importanti, perché anche se siamo coscienti che dopo un pò perderemo la sensibilità nel cogliere le sfumature del respiro dobbiamo tendere al “centro” di noi stessi, direttamente e senza intermediari.

Spero di aver fatto capire che per me libertà è soprattutto libertà emotiva. E’ quando si sciolgono tutti i nodi emotivi che ci si sente liberi. Come dopo una grande impresa, quando siamo al culmire della soddisfazione, respiriamo in un certo modo.

Quel tipo di respiro dovrebbe accompagnarci sempre.

Qual è il tuo centro?

526748_434987003222518_101372040_nQualche giorno fa sono stato al cinema a vedere “Le 5 leggende”, l’ultimo film di animazione della DreamWorks. Sicuramente da vedere.

In una scena particolarmente densa di significato Nord, Babbo Natale, chiede a Jack Frost (il protagonista) se conosce o meno il suo centro. Jack risponde che non sa di cosa parla; non ricorda nulla del suo passato figuriamoci se sa qual è il suo centro. A questo punto Babbo Natale chiede a Jack di prendere una bambola matrioska e di aprirla: lì dentro, in fondo a tutti gusci, c’è il centro di Nord.

Ebbene il suo centro è un pezzettino di legno unico, indivisibile, raffigurante un bambino meravigliato, con graaandi occhi stupefatti. Nord dice che è quella meraviglia che vuole condividere col mondo, perché quella è la parte più pura e più profonda di lui.

Ecco che la scena di un film di animazione si trasforma in un insegnamento spirituale di altissimo livello.

All’esterno vi sono tante identità incastrate una dentro l’altra, ognuna con un proprio linguaggio (ebbene si), un proprio modo di vedere le cose, dei propri bisogni (il più delle volte frustrati), un proprio mondo onirico. Sono i programmi di cui ho parlato nei post precedenti (vedi affrancarsi dalla mente macchina), reazioni automatiche che si cristallizzano fino a diventare identità in cui noi ci riconosciamo e pensiamo siano noi. Sono maschere che in passato abbiamo indossato e che ci hanno fatto indossare per tanto di quel tempo che non riconosciamo più neanche noi il nostro centro. Esse sono il frutto dell’educazione impostaci, delle umiliazioni e dei traumi subiti. In una parola sono condizionamento. 

Per affrancarci da tutto questo dobbiamo risolvere le emozioni che stanno dietro a tutte queste numerose identità. Dobbiamo cioè, piano piano, con tanta pazienza e dolcezza, aprire tutti quei gusci vuoti per ritrovare la nostra pienezza dell’indivisibile. 

Può darsi che in superficie troveremo tante maschere di accondiscendenza, buonismo, ipocrisia, superiorità, per poi arrivare ai gusci vuoti della rabbia, dell’abbandono, del dolore, della frustrazione.

Dobbiamo scavare affondo. Dobbiamo essere dei cercatori di verità. Della nostra verità.

Si può fare in molti modi, è un cammino spirituale dalle molte forme e vie, tutto stà nello scegliere la via giusta per noi.

E quindi, dov’è il vostro centro? Quali sono i gusci vuoti che dovrete attraversare per arrivare al pezzettino di legno pieno? Quali sono le facce raffigurate sui gusci?

 

L’importanza del proprio mondo emotivo.

Siamo come dei moderni Mersault. E’ il protagonista di un romanzo di Albert Camus, egli riassume bene la tendenza odierna della società verso la robotizzazione e l’alienazione dalle proprie emozioni e dal proprio corpo.

Siamo come dei moderni, tecnologici, industrializzati, multinazionalizzati…zombie. Quelli sono già morti, ma noi non sappiamo cosa sia vivere. Ci trasciniamo giorno per giorno in una routine che è tutta uguale, senza un minimo di consapevolezza.

Le città sono sempre più alienanti, abbiamo efficientissimi scambi di lavoro e di sesso (che chiamiamo relazioni d’amore); siamo macchine. Facciamo qualsiasi cosa pur di non dover restare soli con noi stessi perché questo vorrebbe dire dare parola alle nostre vere priorità, ai nostri veri bisogni. Che sono gli stessi essenzialmente per tutti: avere una vita densa di emozioni positive e vivere attorno ad un ambiente e a delle persone che scaldano il cuore, per cui proviamo profondi sentimenti e ne siamo in questo ricambiati. Ed è qui che sorge il problema.

Non sappiamo più cosa significhi provare delle emozioni e dei sentimenti, un tempo lo sapevamo, da bambini; ora non più. La psicoterapeuta Alice Miller nel suo libro “Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé” centra bene il problema. Il tema del libro è la perdita del proprio Sé, cioè della capacità di provare delle emozioni autentiche, che sono in sintonia perfetta con quello che sentiamo. La perdita è il risultato della mancanza di amore, di affetto e di empatia nell’infanzia sommata al fatto di dover corrispondere ad un’immagine imposta dai propri genitori (per le loro esigenze di potere), oltre che al fatto di aver subìto maltrattamenti ed abusi (sia fisici che verbali), come se non bastasse. E’ un dramma nascosto, però. Perché idealizziamo chi non ci ha cresciuti con amore, insomma è il lascito di un’idea che ci portiamo fin da bambini perché allora non potevamo far altro che mentire a noi stessi. Ne andava di mezzo la nostra sopravvivenza in quanto bambini bisognosi di cure. Perché realizzare una tale verità allora avrebbe voluto dire morire, né più né meno.

Si crea così una spaccatura nella personalità, che è poi una spaccatura a livello emotivo. Non riconosciamo né proviamo più emozioni. Le subpersonalità crescono e si fanno forti e strutturate. Ecco che si creano le condizioni per una vita adulta fatta di depressione, insoddisfazione cronica, totale assenza di capacità di avere contatti con persone che non ci denigrano, ci fanno stare male, ci sfruttano…Il risultato è sofferenza. Che affonda però le radici sempre nelle modalità di relazione con le figure genitoriali e importanti della nostra infanzia. Il disco è rotto, e si ripete. Finché non si spezza il circolo, i figli dei figli faranno gli stessi errori, e così via.

Riprendere contatto con le proprie emozioni ed il proprio corpo vuol dire venire a contatto con reazioni che penseremo non avremmo mai avuto. Vuol dire ristrutturare la propria identità, che è essenzialmente fatta di immagini statiche e ammuffite, per accogliere altre sfaccettature, per accogliere il dinamismo di un corpo che sente, prova, gioisce, piange e ride, si arrabbia, scalpita e screpita. Grida.

C’è sempre un’emozione che fa da sfondo a tutta la nostra routine, oramai non c’è ne accorgiamo più dato che è diventata così scontata da non sentirla. E’ da lì che dobbiamo partire alla ricerca di quello che veramente siamo.

Siamo corpo, oltre che mente. Non dimentichiamolo. Facciamo in modo che il corpo riprenda il posto e la dignità che gli spetta.

Il problema delle immagini di sé.

Oggi vorrei parlare delle immagini di sé. Quei macigni che ci portiamo dietro da tanti anni. E che ci creano molti problemi e sofferenze.

Cristallizazioni di ruoli, di aspettative delle nostre figure autoritarie di un tempo, esse sono essenzialmente il risultato delle pressioni “educative” impartiteci nell’infanzia.

Dovevamo essere “bravi” bambini, non dovevamo far arrabbiare i genitori, dovevamo fare quello che dicevano loro, dovevamo andare a letto presto, fare silenzio, essere educati. Dovevamo essere come loro volevano che fossimo. Gli esempi non si contano più. Quanti genitori interrogati avrebbero risposto “che era per il loro bene”, anche se gli veniva mollato un ceffone. Ma i bambini vedono soltanto che di fronte a loro c’è una persona aggressiva, ed hanno paura, che dovrebbe amarli, difenderli ed accettarli per quello che sono. Invece fa proprio tutto il contrario. Quanti genitori con la scusa del “ceffone che fa bene” perpetuano soltanto il loro potere su di un figlio? E se interrogassimo il loro inconscio, che riesce a discriminare chiaramente le motivazioni dietro un gesto, cosa avrebbe risposto?

Sono delle maschere talmente radicate che, quando le indossiamo, reprimiamo una parte considerevole del nostro universo emotivo. Così, non sei libero.

Perché cerchi sempre di piacere a tutti? Perché sei accondiscendente? Tendi a minimizzare un fatto che lede la tua dignità e a razionalizzare sull’accaduto? Giustifichi troppo le persone di cui senti di avere bisogno?

Il problema è che una volta radicate divengono la tua identità, ti identifichi con queste maschere. Pensi che sia normale accontentare tutti, essere remissivo, evitare di incazzarti palesemente (anche se dentro ribolli ma nemmeno tu lo percepisci), eccetera. Tutta questa grande farsa non fa altro che renderti inconsapevole di tutte le tue parti. Si esatto, sei composto da parti. Spesso in disaccordo perché hanno bisogni diversi, che non sai manco tu quali. Ma tutte parlano e tutte vogliono essere riconosciute, apprezzate ed amate in egual misura. In questo senso se reprimi una parte di te poi quella parte in qualche maniera si farà risentire sotto altra forma, nei sogni ad esempio oppure come un sintomo psicosomatico.

Conosci le parti che ti compongono? Sai quali sono i bisogni frustrati di cui sono una diretta conseguenza? Riconoscere che non siamo uno,  cercare le proprie parti, farle esprimere ed evolvere verso l’unificazione è una necessità per quelle persone che hanno scelto di intraprendere un cammino di consapevolezza.

Stà sicuro che ristrutturare la propria identità farà male. Crea agitazione, angoscia, smarrimento.

Rifiutare le maschere  che si son formate da tanto tempo per scoprire chi veramente siamo significa mettere in dubbio una parte considerevole di quello che noi pensiamo di essere. Non è un processo semplice. E manco di breve durata.

 

 

Perché iniziare a meditare.

“La radice dei nostri stati mentali è dentro di noi”. E’ un caposaldo del Buddhismo e sono sicuro che la psicologia occidentale non avrebbe nulla da ridire su questa frase.

Siamo noi che creiamo la nostra realtà e siamo noi che “decidiamo” come reagire alle varie situazioni. C’è sempre un margine di manovra, sempre una scelta da fare, per quanto piccola o inconsapevole che sia. L’educazione, i traumi ed il passato servono solo a farci rifare gli stessi errori ed a trovare le stesse persone che vorremmo evitare.

Tutto è il risultato di cause e condizioni che si aggregano a formare l’ infelicità/illusione, o la felicità/realtà. Nulla possiede il carattere della permanenza. Il Buddhismo è molto chiaro in ciò.

Siamo sempre più prigionieri delle nostre tendenze, o semi nel Buddhismo. Le tendenze sono le cose che penseremo, diremo e faremo se il nostro passato avesse la sola voce in capitolo di decidere per noi. Ma non è così.

Ecco perché ognuno è responsabile del proprio atteggiamento e del proprio modo di porsi con gli altri. Può irradiare un’energia positiva, che mette a proprio agio le persone che ne vengono raggiunte; oppure può irradiare rabbia, spesso non riconosciuta e velata, disprezzo, spesso inconsapevole, quando addirittura odio e violenza (psicologica, è ovvio).

Il punto fondamentale è che il nostro passato ci perseguita, sempre. A meno che non abbiate trovato dei genitori che vi abbiano fatto esprimere (e non reprimere) tutta la tavolozza dei colori delle emozioni avete sviluppato una scissione. Nella percezione, è questo il guaio. E poi nella personalità, doppio guaio. Nella società odierna tutte quelle emozioni che hanno come base la rabbia, la tristezza e loro derivati non sono bene accette.

Dobbiamo assecondare le aspettative del genitore perché crediamo che lui sappia cosa è meglio per noi. E se il papà o la mamma vuole un bambino che non si arrabbia mai o non è mai triste noi impareremo a fingere. Fingere. E poi crederemo che quella maschera che c’eravamo messi tanto tempo fa per piacere alle figure autoritarie della nostra infanzia siamo noi. Ma non può essere. E’ una follia.

Allora cosa dovremmo fare? Continuare a fingere? Certa gente è così tanto immersa nelle proprie maschere e nelle proprie illusioni che davvero non si rende conto di nulla.

Unificare corpo è mente significa, anche, riappropriarsi delle proprie emozioni cacciate a forza dentro il nostro sacco emotivo, solo perché qualche adulto lo voleva.

E qual’è il cammino che conduce, tra le altre cose, a riappropriarsi delle proprie emozioni e percezioni? La consapevolezza, semplice. Ci sono innumerevoli metodi per aumentare la consapevolezza di sé, ma la meditazione vipassana è quella di cui voglio parlarvi in questo momento.

Tecnica finissima per sondare la realtà in tutti i suoi innumerevoli aspetti la meditazione di visione profonda mira a sviluppare “una consapevolezza ininterrotta del momento presente” come dice bene il venerabile monaco Henepola Gunaratana, nel suo “La pratica della consapevolezza – in parole semplici”, edito da Ubaldini Editore.

Il Buddhismo ha dato alla mente un ruolo centrale ed il Buddha, duemilacinquecento anni fa, la chiamava “scimmia”, perché non sta mai ferma. La meditazione vipassana mira ad uno stadio iniziale a sviluppare una certa concentrazione e calma (come diretta conseguenza), e poi a sondare tutte le manifestazioni che si affacciano al nostro universo percettivo. Buone o brutte, piacevoli o spiacevoli. Non importa. La consapevolezza deve essere continuata e non divisa. Proprio il contrario di come ci troviamo noi adesso. Scissi e non in pace.

Ecco quindi che la pratica permetterà a tutta l’immondizia emotiva che ci portiamo dietro di manifestarsi, ma questa volta con consapevolezza. Ed il fatto di puntare su queste emozioni spiacevoli la luce dell’attenzione consapevole le farà dissolvere, senza che più si manifestino. Il karma si è interrotto, non getteremo più le basi che saranno le condizioni per una futura infelicità, ma avverrà tutto l’opposto. Impareremo ad innaffiare i semi delle emozioni positive e a lasciare senz’acqua quelli delle tendenze negative. Ma ci vuole tanto tempo, e bisogna pur iniziare da qualche parte.

Perché quindi non sedersi in meditazione?

 

 

 

Perché l’intelligenza emotiva ci renderà (un pò più) liberi.

C’è un’abilità che molti ritengono superflua ma è alla base del nostro benessere.

Questa abilità è la cosiddetta “intelligenza emotiva”, come la chiama Daniel Goleman, uno psicologo americano famoso per aver scritto proprio il manifesto di questo tipo particolare di intelligenza (edito in italia da BUR).

L’accezione di libertà del titolo si riferisce all’assunto fondamentale secondo il quale ci sono molte, troppe cose che non ci fanno essere liberi, e la mancata espressione delle proprie emozioni è proprio una di queste.

“Portare da dentro a fuori”, e-movere. Questa è l’etimologia della parola emozione. L’emozione è un’energia potentissima in grado di smuovere montagne, fiumi e laghi. Lo sanno bene sia in occidente, con tutte le psicoterapie che mettono al centro del dialogo la sfera emotiva dell’individuo, sia in oriente, ad esempio con il ruolo centrale nel buddhismo tibetano delle emozioni come catalizzatori della realizzazione spirituale. Una sorta di autostrada a doppia velocità per l’illuminazione.

Siamo veramente consapevoli di ciò che accade dentro di noi? Qualcuno in passato c’è lo ha insegnato? Come possiamo esserne sicuri? Riusciamo a comunicarlo in modo che l’altro ci capisca secondo la sua mappa interna? Sappiamo quello che sta provando un’altra persona? In che modo? Mi pongo continuamente domande del genere.

Alla base di tutto c’è l’autoconsapevolezza delle proprie emozioni e la capacità di saperle esprimere in modo appropriato senza svilirle, demonizzarle o giudicarle.

Dalla repressione delle proprie emozioni derivano posture sbagliate, rigidità, contratture muscolari, dolori nel corpo, espressioni facciali che cristallizzano uno stato interno inespresso. E’ la teoria generale secondo la quale la mente influisce pesantemente sul corpo e gli squilibri emotivi riemergono sempre. Un famoso esponente di questo modo di pensare è stato Alexander Lowen con la Bioenergetica.

Il corpo ci da sempre segnali della nostra salute emotiva, bisogna coglierli bene però. Un altro aspetto positivo del riuscire ad identificare e ad esprimere i propri stati interni è quello di non identificarsi nell’emozione, perché le identità si costruiscono anche intorno alle emozioni, la paura ad esempio.

Perché se l’energia che l’emozione porta con sè trova espressione, anche se negativa, presto o tardi ci farà riacquistare l’equilibrio, la pace. La profonda pace di uno stelo di bambù dopo che ha imperversato la tempesta.

Ci vuole coraggio perché se davvero esprimiamo a noi stessi quello che abbiamo dentro questo potrebbe non piacerci, mettiamo in gioco la nostra identità insomma, evolviamo in una visione di noi mai completamente positiva o negativa, e stiamo facendo un passo avanti verso ciò che io chiamo spiritualità.

Ultima cosa ma non meno importante, l’espressione delle emozioni mette in moto le nostre connessioni emotive con il prossimo. Ci permette di sviluppare La forma di comunicazione per eccellenza: l’empatia. Provando quello che può provare un’altra persona entri in un mondo in cui non sei mai solo, vedi che tutti gli uomini si assomigliano, di solito l’altra persona se ne accorge quando provi empatia, e si stupisce. Ma non lo puoi fare se in primo luogo hai paura delle tue emozioni, perché devi accogliere l’altro ad un livello profondo, spirituale.

 

Il gioco dell’identificazione.

Le reazioni che abbiamo, tutte, sono il risultato di un’identificazione che avviene in te. Mi spiego meglio.

La psicologia moderna ha oramai accertato il fatto che alla base dell’individuo risiedono molteplici identità/personalità. Queste si sono formate nel tempo come risultato dell’educazione genitoriale, dell’indottrinamento a cui inevitabilmente siamo sottoposti da più parti, dei traumi subiti (in senso lato). In generale cominciamo a sviluppare una nuova personalità quando constatiamo, quasi mai in maniera conscia, che possiamo far fronte a determinate situazioni comportandoci ed essendo in un certo modo. In un clima familiare dove regna la rabbia, la violenza e la noncuranza dei genitori il bambino non chiederà mai nulla e tenderà a rendersi “invisibile” perché comunque le sue richieste non verrebbero esaudite o peggio verrebberò soppresse.

Quindi alla base delle personalità/identità ci sono i bisogni, spesso inespressi ed inconsci, le convinzioni di come si è e di come si dovrebbe essere, i valori in cui crede quella parte di noi.

Bisogni, convinzioni e valori sono a tutti gli effetti il filtro di quella particolare identità/personalità che condiziona, polarizza l’interpretazione ed il giudizio sulla nostra realtà. Dopo avviene la reazione, dopo che la personalità si è cristallizzata ed ha interpretato l’esperienza.

Ne consegue che se intraprendiamo il viaggio alla scoperta delle nostre identità/personalità dovremmo fare i conti con i nostri valori, i nostri bisogni e le nostre convinzioni su chi siamo e su come dovremmo essere. Dovremmo altresì fare i conti con gli eventi che quelle personalità hanno generato, e non è una cosa facile. Ma capire queste dinamiche ci arricchisce moltissimo, sia in termini di conoscenza di noi sia per il fatto che cominceremo a sradicare dal profondo la convinzione che possediamo un ego e che lo dobbiamo difendere a tutti i costi.

Il processo è istantaneo: ti identifichi con una personalità e reagisci di conseguenza. Non sei libero. Ecco perché possiamo Noi scegliere come reagire alle situazioni, e non lasciarci trasportare da esse. E’ possibile.

Spezzare il legame al livello del giudizio che dai di una vicenda, evitare di cristallizzarti in una sola identità, evitare di reagire sulla base delle tue vicende dolorose passate, significano tutte la stessa cosa: Libertà dal passato.

Chi non si cristallizza in un’identità non soffre, o perlomeno soffre ma quel piccolo tempo che basta perché un’anima elabori la sofferenza, non aggiunge nulla, la prossima volta che si presenterà una situazione simile sarà senza memoria emotiva, soffrirà meno perché non ci saranno altre situazioni a ricordargli qualcos’altro di simile.

Chi sei veramente quindi? Sei le tue personalità? Sei le tue reazioni automatiche? Con cosa ti identifichi? Quali sono i tuoi bisogni, i tuoi valori e le tue convinzioni? Puoi affrancarti dal dolore del passato?

Si, puoi.