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Siamo veramente liberi di scegliere cosa essere?

Siamo veramente liberi di scegliere cosa essere nel presente? La mia risposta è si, lo siamo, e nel prosieguo cercherò di spiegare perché per me è così, ma ci vuole un pò di impegno per diventare “liberi”.

Sin dall’infanzia abbiamo piantato dei semi che piano piano stanno dando frutto ora, il buddhismo afferma che questi semi si sono accumulati lungo il corso delle innumerevoli vite che abbiamo passato nel samsara, cioè nell’esistenza ciclica di morte e rinascita e quindi di sofferenza, ma senza andare così oltre siamo tutti consapevoli dell’importanza del passato in ciò che ha fatto di noi quello che siamo nel presente.

In questo contesto le parole chiave per cercare di capire perché veniamo così pesantemente influenzati dal passato sono “educazione”, “figure autoritarie e genitoriali”, “traumi”, “relazioni di attaccamento”, “ambiente favorevole”, “trascorsi emotivi”, ecc. Tutte parole che si riferiscono al periodo della nostra vita più sguarnito sotto il punto di vista delle difese, fisiche ed emotive, che non potevamo mettere in atto.

Abbiamo dovuto, in un modo o nell’altro, soccombere al bisogno di amore che avevamo perdendo parti importantissime di noi che ora si fanno risentire e ci creano tanti problemi. In più ed in concomitanza, e cosa ben più grave forse, abbiamo sviluppato delle maschere per renderci ciechi proprio di quelle parti che in passato erano state rifiutate. Generalmente parlando queste parti che abbiamo bisogno di integrare sono legate alle emozioni forti e conflittuali che non sono state capite. Il bambino ha un’estremo bisogno di accettazione incondizionata, perché l’accettazione di sè è legata all’amore che lui sente provenire dalle persone che gli vogliono bene, quindi non accettare le emozioni del bambino significa non amarlo.

Il risultato è che siamo pezzi di un puzzle di cui non riusciamo a vederne il disegno, sembrano essere un mostro non ben identificato, quando invece, se ci si dà il tempo e la pazienza di metterli insieme, essi raffigurano uno splendido paesaggio.

Quindi un lavoro certosino di ricerca e ricollocazione delle parti presenti in noi è doveroso, e questo è un aspetto di quello che chiamo consapevolezza. Consapevolezza dei propri trascorsi emotivi, in questo caso.

Ecco perché ci vuole impegno, perseveranza e pazienza.

C’è anche un altro tipo di consapevolezza, quella del momento presente proprio nel momento in cui accade. Se ci fosse questo tipo di saggezza continuativa non dovremmo fare tutto il lavoro di ricostruzione delle parti in noi, perché è come se cogliessimo con arco e freccia direttamente il centro di un ipotetico bersaglio in un sol colpo invece di continuare ad esercitarci e a migliorare la nostra tecnica. Ecco perché le meditazioni di consapevolezza sono importanti, perché anche se siamo coscienti che dopo un pò perderemo la sensibilità nel cogliere le sfumature del respiro dobbiamo tendere al “centro” di noi stessi, direttamente e senza intermediari.

Spero di aver fatto capire che per me libertà è soprattutto libertà emotiva. E’ quando si sciolgono tutti i nodi emotivi che ci si sente liberi. Come dopo una grande impresa, quando siamo al culmire della soddisfazione, respiriamo in un certo modo.

Quel tipo di respiro dovrebbe accompagnarci sempre.

Perché iniziare a meditare.

“La radice dei nostri stati mentali è dentro di noi”. E’ un caposaldo del Buddhismo e sono sicuro che la psicologia occidentale non avrebbe nulla da ridire su questa frase.

Siamo noi che creiamo la nostra realtà e siamo noi che “decidiamo” come reagire alle varie situazioni. C’è sempre un margine di manovra, sempre una scelta da fare, per quanto piccola o inconsapevole che sia. L’educazione, i traumi ed il passato servono solo a farci rifare gli stessi errori ed a trovare le stesse persone che vorremmo evitare.

Tutto è il risultato di cause e condizioni che si aggregano a formare l’ infelicità/illusione, o la felicità/realtà. Nulla possiede il carattere della permanenza. Il Buddhismo è molto chiaro in ciò.

Siamo sempre più prigionieri delle nostre tendenze, o semi nel Buddhismo. Le tendenze sono le cose che penseremo, diremo e faremo se il nostro passato avesse la sola voce in capitolo di decidere per noi. Ma non è così.

Ecco perché ognuno è responsabile del proprio atteggiamento e del proprio modo di porsi con gli altri. Può irradiare un’energia positiva, che mette a proprio agio le persone che ne vengono raggiunte; oppure può irradiare rabbia, spesso non riconosciuta e velata, disprezzo, spesso inconsapevole, quando addirittura odio e violenza (psicologica, è ovvio).

Il punto fondamentale è che il nostro passato ci perseguita, sempre. A meno che non abbiate trovato dei genitori che vi abbiano fatto esprimere (e non reprimere) tutta la tavolozza dei colori delle emozioni avete sviluppato una scissione. Nella percezione, è questo il guaio. E poi nella personalità, doppio guaio. Nella società odierna tutte quelle emozioni che hanno come base la rabbia, la tristezza e loro derivati non sono bene accette.

Dobbiamo assecondare le aspettative del genitore perché crediamo che lui sappia cosa è meglio per noi. E se il papà o la mamma vuole un bambino che non si arrabbia mai o non è mai triste noi impareremo a fingere. Fingere. E poi crederemo che quella maschera che c’eravamo messi tanto tempo fa per piacere alle figure autoritarie della nostra infanzia siamo noi. Ma non può essere. E’ una follia.

Allora cosa dovremmo fare? Continuare a fingere? Certa gente è così tanto immersa nelle proprie maschere e nelle proprie illusioni che davvero non si rende conto di nulla.

Unificare corpo è mente significa, anche, riappropriarsi delle proprie emozioni cacciate a forza dentro il nostro sacco emotivo, solo perché qualche adulto lo voleva.

E qual’è il cammino che conduce, tra le altre cose, a riappropriarsi delle proprie emozioni e percezioni? La consapevolezza, semplice. Ci sono innumerevoli metodi per aumentare la consapevolezza di sé, ma la meditazione vipassana è quella di cui voglio parlarvi in questo momento.

Tecnica finissima per sondare la realtà in tutti i suoi innumerevoli aspetti la meditazione di visione profonda mira a sviluppare “una consapevolezza ininterrotta del momento presente” come dice bene il venerabile monaco Henepola Gunaratana, nel suo “La pratica della consapevolezza – in parole semplici”, edito da Ubaldini Editore.

Il Buddhismo ha dato alla mente un ruolo centrale ed il Buddha, duemilacinquecento anni fa, la chiamava “scimmia”, perché non sta mai ferma. La meditazione vipassana mira ad uno stadio iniziale a sviluppare una certa concentrazione e calma (come diretta conseguenza), e poi a sondare tutte le manifestazioni che si affacciano al nostro universo percettivo. Buone o brutte, piacevoli o spiacevoli. Non importa. La consapevolezza deve essere continuata e non divisa. Proprio il contrario di come ci troviamo noi adesso. Scissi e non in pace.

Ecco quindi che la pratica permetterà a tutta l’immondizia emotiva che ci portiamo dietro di manifestarsi, ma questa volta con consapevolezza. Ed il fatto di puntare su queste emozioni spiacevoli la luce dell’attenzione consapevole le farà dissolvere, senza che più si manifestino. Il karma si è interrotto, non getteremo più le basi che saranno le condizioni per una futura infelicità, ma avverrà tutto l’opposto. Impareremo ad innaffiare i semi delle emozioni positive e a lasciare senz’acqua quelli delle tendenze negative. Ma ci vuole tanto tempo, e bisogna pur iniziare da qualche parte.

Perché quindi non sedersi in meditazione?

 

 

 

Affrancarsi dalla mente-macchina.

Sembra che l’uomo normale sia provvisto di emozioni, sentimenti. Che ciò che svolge ogni giorno sia il frutto della sua volontà, del suo intimo sentire. E se nessuno si è mai preso la briga di indagare sulle sue emozioni e motivazioni può pensare che tutto ciò sia per la maggior parte spontaneo.

A conti fatti siamo invece più simili a macchine, computer in effetti. La peculiarità di un computer è quella che, programmandolo a dovere ed inserendogli dei dati in input, esso produrrà un adeguato output. E’ una macchina universale, nel senso che si può far girare su qualsiasi programma, basta avere un buon programmatore ed un pizzico di memoria.

Ecco per l’uomo i programmi salvati nella sua memoria sono tantissimi, esageratamente tanti. Ed il più delle volte sono scritti in una cartella che il proprietario della mente ha dimenticato in un angolo sperduto della memoria, sempre pronto ad attivarsi allorché esso riceva il giusto input. Il grosso problema è che questi programmi malevoli sono sempre in memoria, girano sempre. Ed in genere sprecano risorse preziosissime, sempre seguendo il parallelo con il computer. Queste risorse sono il tempo che questi programmi risultano attivi in memoria, togliendo spazio ed energia ad altro. Sono le canzoni che non risuciamo a toglierci dalla testa, le ossessioni, le compulsioni. Sono le preoccupazioni che ci tormentano, le paure che ci inseguono.

L’uomo è condizionato dalle esperienze passate della sua vita a comportarsi ed a sentire come ha imparato, da chi gli ha salvato il programma incriminato nella mente. L’educazione genitoriale in tenera età è il primo pesantissimo esempio di programma ben congeniato per essere succubi delle emozioni negative. I traumi seguono di pari passo.

Qualcuno fa o dice qualcosa che ci ricorda qualcos’altro di simile sentito nel passato ed il programma è partito. Non c’è modo per il momento di fermarlo. Rabbia, dolore, paura, ansia, tristezza, sconforto. Solo per citarne alcune. Non siamo noi che scegliamo come sentirci, sono gli altri e le situazioni esterne a dettare legge. Questo è molto triste.

Obbligati in una prigione con sbarre che non vediamo, noi reagiamo.

Ci hanno insegnato a sentirci inadeguati, a non meritare amore, a reprimere la rabbia e la frustrazione, a non esternare le emozioni, a essere rigidi nel cuore e nel corpo, a non lasciarci andare quando facciamo l’amore, a proiettare la nostra ombra all’esterno quando invece è dentro di noi, a non rischiare uno slancio d’affetto ed a fare tutto ciò creando ogni giorno una realtà che verifica se stessa come un cerchio. Non c’è via di fuga, forse.

Tutte le religioni orientali pongono enfasi sul fatto che bisogna arrivare a sviluppare la saggezza elevando il proprio livello di comprensione e di consapevolezza sempre di più. Comprensione e consapevolezza del nostro passato doloroso e traumatico, delle nostre emozioni negative irrisolte e riposte nel sacco, delle dinamiche relazionali che mettiamo in atto inconsapevolmente, delle subpersonalità che si attivano ogni giorno. Questo è evolvere.

Potere, denaro, fama. Sono tutte stronzate. Rimarrai succube come un povero schiavo. Uno di quelli che basta il minimo cenno con la capo del proprio padrone per attivarlo come una cavalletta a portare del vino al tavolo, a ballare rendendosi ridicolo coi commensali, ad essere ricoperto di insulti.

Per sviluppare consapevolezza bisogna prima acquietare la mente, nel Buddhismo la meditazione che porta a questo risultato si chiama samatha. Una volta fatto sedimentare lo stagno sporco della mente si può passare alla meditazione di visione profonda, o vipassana. E non smettere mai di praticare.

 

I due poli dell’esperienza.

Magari non ne abbiamo mai fatto caso, ma ogni gesto, ogni parola ed ogni pensiero che giorno per giorno compiamo, diciamo o pensiamo si va a posare su uno dei due poli dell’esperienza: quello della verificazione, della stagnazione e della sicurezza da un lato, e quello dell’esplorazione, dell’avventura e del rischio dall’altro. Se dovessi associarli a dei colori questi due poli per come me li immagino io sarebbero il verde ed il rosso.

Due poli molto importanti la cui tendenza a preferire l’uno o l’altro si sviluppa come in tutte le cose nell’infanzia ed a seconda delle circostanze può oscillare con maggior peso da una parte all’altra. Ma comunque credo che nell’individuo ci sia sempre una tendenza di fondo.

Sono i genitori in primis che dovrebbero far sviluppare il polo rosso nel proprio figliolo, dimostrando di avere il loro polo di sicurezza, di accettazione e di amore incondizionato ben stabile e saldo, come una montagna. Ma aimè, questo accade di rado. Se un bambino non avrà prima sviluppato il suo polo verde avrà un atteggiamento nella vita pauroso, sospettoso anche da adulto. Avrà paura di ciò che c’è fuori insomma e non saprà bilanciare l’alchimia con il polo verde, la sua autostima e la fiducia in sè.

Nella nostra vita continuiamo a preferire un’idea perché nostra ancorchè questa è falsa, vediamo solo conferme delle nostre teorie ed idee nel mondo, cambiamo difficilmente idea su qualcosa perché ciò significherebbe passare al polo rosso, quello dell’incertezza, del dubbio destabilizzante. Il motivo è presto detto, cosa abbiamo investito nell’idea che difendiamo ostinatamente? Un’identità, una coerenza? Un’emozione che perdura? Una maschera? La psicologia chiama questa tendenza “economia cognitiva”, o più semplice rimanere quelli che si è. Ma questo ci può portare alla morte. In senso figurato si intende. Ci trasportiamo attraverso una serie di abitudini, di routine, eppure basterebbe portare consapevolezza nei gesti che facciamo per trasfigurare totalmente l’esperienza che viviamo. Cambiare strada per andare nello stesso posto, sedersi a terra invece che su una sedia, parlare con uno sconosciuto, respirare profondamente. Cambiare punto di vista è una cosa importantissima. Cambiare è importante.

E nonostante non c’è ne accorgiamo cambiamo continuamente, ma siamo troppo ciechi per notarlo. Le sinapsi ogni notte si ristrutturano, i nostri ricordi vengono rielaborati, no non rimangono gli stessi, cambiano, lo dice la psicologia. Il nostro corpo muore, i nostri neuroni muoiono, proviamo emozioni, sentimenti. Non esiste un centro fisso che chiamiamo ego che prova tutte queste cose, siamo noi queste cose. Gli illuminati questa verità la esperiscono ogni giorno e per loro esiste solo il polo rosso. Sempre inatteso, sempre fresco, sempre diverso.

Coloro vivono.

Siamo liberi di scegliere?

Il punto è: quali sono gli assunti da cui parti per scegliere? Quali sono le tue convinzioni più intime e nascoste? Cosa è che ti guida? Per scoprirlo non puoi farti semplicemente una domanda, devi scavare nell’inconscio, è lì che risiedono le tue emozioni ed è lì da cui devi partire per scoprire te stesso.

Le nostre convinzioni forgiano la nostra identità, ci danno sicurezza, e questo ci piace. La mente si sente sicura e protetta se sa chi è l’immagine che ogni giorno si riflette nello specchio la mattina, se pensa di conoscere le persone che gli stanno intorno e se pensa di sapere come vanno le cose del mondo. Ma non è così, e c’è sempre qualcuno o qualcosa che lo smentiscono.

Lo Zen cerca di sradicare la mente dalle sue convinzioni, per esperire “l’infinito presente” in modo semplice, “brutalmente” semplice. Questo immancabilmente si traduce in un senso di angoscia riguardo noi stessi, la direzione della nostra vita. Insomma, l’immagine che ci siamo costruiti di noi stessi. Sono Io che voglio avere un lavoro di prestigio, una bella casa, che voglio metter su famiglia? La società dal canto suo ci fornisce parecchie identità in cui rispecchiarci. Ma se decidessimo che tutto ciò non ci rispecchia? Cosa comporterebbe?

In generale tutte le correnti del Buddhismo si fissano su un importante concetto: “l’ego non esiste”. L’identità vista come un masso fermo quando il mondo esterno gira e cambia non c’è più, svanita nel Vuoto. Dalla mia comprensione il Buddhismo vede il carattere, la personalità, l’identità, solo come il risultato di esperienze passate e di circostanze. Non c’è nulla di solido, tutto diviene discutibile; la staticità della convinzione lascia lo spazio alla duttilità del dubbio. L’identità quindi è un abito che può essere tolto e la psicoterapia in questo senso mira a farti esperire un “te” diverso: per superare una paura, un trauma, per evolvere.

E se davvero fossimo solo un fiume di pensieri senza sostanza? Andando sempre più giù scopriremmo solo altri pensieri, altre convinzioni, altre identità. Alla fine, cosa rimarrebbe?