Continuiamo la nostra rassegna dei passi fondamentali per usare il Gulliver (-cit.- “la testa”) quando per lavoro saremo chiamati ad installare Linux su macchine aziendali. Non si può sbagliare!
Nel precedente post avevamo sottolineato l’importanza di documentarsi sul sito della distribuzione scelta e nello specifico riguardo due documenti importanti: la HCL — hardware compatibility list — ed i requisiti minimi, in questo post avremo a che fare con il file system; dovremo cioè sceglierne uno e pianificare la tabella delle partizioni.
Essenzialmente nel mondo Linux sono presenti due tipi di file system che vale la pena di considerare: ext e Reiser. Di file system ext c’è ne sono diverse versioni: la due (ext2), la tre (ext3) e la quattro (ext4).Ometterò volutamente di parlare di Reiser poiché implementa soluzioni che sono comuni anche a ext2/ext3. Si tratta di un’alternativa.
Ext2 è un file system molto performante ma se, Iddio non voglia mai, capita che la macchina si spenga per qualche motivo durante una transazione del disco (così si chiamano che operazioni che il kernel compie sul disco) al riavvio verrà chiamato un programma di recupero (e2fsck) che analizzerà l’intero file system in cerca di anomalie nei dati. Ecco, il problema è proprio questo, passa in rassegna tutto il file system. Potrebbe volerci molto tempo e non è quello che vogliamo.
Ext3 aggiunge una feature molto interessante: il journaling. In sostanza il kernel tiene traccia dello stato di tutte le transizioni del disco su un file (detto appunto journal – diario in inglese- ) così se capita un qualche problema il kernel sa che deve ispezionare sono un file per rimettere le cose apposto, il che non è poco. Il tutto è molto bello ma capite bene che ogni transazione del disco deve passare per l’aggiornamento di questo file. Ciò si traduce in un overhead in I/O. Ma sono sicuro che potremmo sopportarlo, vero?
Ext4 è il vostro uomo! Dovrebbe essere la scelta più naturale poiché comprende tutti i pro delle versioni precedenti ed è compatibile retroattivamente sia con ext2 sia con ext3. Questo file system aggiunge i checksum (un metodo per verificare se il file è stato modificato — accidentalmente o volutamente –) sul file di journal ed un’ipotetica dimensione del volume di 1 exabyte, file di dimensioni massime di 16 Terabyte ed un numero complessivo di file di 4 miliardi. Veramente muscoloso.
Per quanto riguarda invece il partizionamento darò uno schema che nella maggior parte dei casi collima con le esigenze che di solito si hanno. Divide et impera! Le partizioni che si dovrebbero creare sono sette. La root ( / ) per installare il sistema e gli update software, una partizione di boot ( /boot ), 100/200 Mb saranno più che sufficienti, di vitale importanza sono poi le partizioni sulla home ( /home ) sui file temporanei ( /tmp ) e sui file variabili ( /var ), non vogliamo certo che qualche utente oppure una politica di rotazione dei log fallace ci intasi il sistema! Per ultime ma non meno importanti sono le partizioni per i file applicazioni ( su /opt ) e per le utilità di sistema ( /usr ).
E siamo giunti alla conclusione del terzo punto, alla prossima puntata!