I/O models and multiplexing I/O functions in Unix (first part)

I have to do an integration for an exam at my university, so my teacher says that I’ll have to study three Unix I/O multiplexing functions, namely the famous select(), poll(), and kqueue() and that I’ll have to think about the comparison between the first two and the kqueue function.

Actually only the first two are pure I/O multiplexing functions, the third is a more generic interface for the notification of events (that might include an event appening to a file descriptor as well as to other source).

This post is intended to be an introduction to the main choices when you have to deal with various file descriptors at the same time ( i.e I/O multiplexing ) and an introduction of the various I/O models that Unix brings to us. The comparison between select(), poll() and kqueue() will be in the second part of this post.

This post assumes that the reader have a basic understanding of a Unix system along with the concepts of system interface, system call, file descriptor.

As in Unix everything is a file the kernel provides us the astraction of file descriptor ( which is only a non negative integer, above all ) and this tiny number can be a socket, a pure file, or a pipe. But, assume that you are writing a server (or a client) program, you have to deal with a list of file descriptors, and the kernel have to signal you when a particular event occurs to that descriptors. This is when the I/O multiplexing comes out to help the user.

The functions select() and poll() (standard in POSIX 1003.g, for that matter :) ) are practically identical in what they do, they tell the kernel which file descriptors are interested in and for what (reading? writing? exceptions?), also they tell how much time the process will stop before the function have to return. For further considerations about the differences between those functions see here, also check the man page for select() and poll(). Those two functions tells the user that there’s some activity on the file descriptors that are listed in the arguments; so, as the user have this information (and also the type of activity) he can proceed to call the usual functions that read/write to file descriptors.

Thus, with this model of input/output (the multiplexing one), the user have to call at least two functions, the select (or poll) and the function that performs the read/write.

Instead with the most prevalent model of I/O in Unix, the blocking I/O model, all that you have to call is the function that perform the action you’re interested in (e.g recvfrom() to receive a message from a socket). With this kind of model the system call does not return until there is the actual data that you’re waiting, and after the data is available the kernel makes a copy from the kernel space to the user space. Only after all this operations the system call returns.

Conversely the nonblocking I/O model behaves in the opposite way. The book Unix network programming volume 1 says: ”When an I/O operation that I request cannot be completed without putting the process to sleep, do not put the process to sleep, but return an error instead”. The problem that points out well the book Advanced programming in the Unix environment (Apue in short) is that this kind of model wastes a lot of cpu time because the code must provide a loop to control the state of the descriptors. 

The blocking, non blocking and multiplexing I/O models are all synchronous form of notification that something happened on descriptors.

The last I/O model that I want to describe is the asynchronous model, either with specific real-time functions (such as aio_read) or through the use of an explicit signal to notify something (actually the specific functions are implemented to deliver signals). Those two sub-types of asynchronous I/O models are pretty different with those listed above because the function that perform the I/O request returns immediately. If the file descriptor is not ready for the operation that we have in mind the kernel notify us later with a signal. The issue with this model is that a process can have only one signal (Apue). To make matters worse not all systems support this feature (it is an optional facility in the Single UNIX Specification) (Apue) .

In the second part of this two series post I try to compair the I/O multiplexing functions select() and poll() with the more efficient, and more complex, kqueue() function.

Here are some resources that I’ve consulted for the post:

Advanced Programming in the UNIX Environment, second edition, authors W. Richard Stevens, Stephen A. Rago, Addison-Wesley.

UNIX Network Programming The Sockets Networking API, volume 1, third edition, Addison-Wesley.

http://julipedia.meroh.net/2004/10/example-of-kqueue.html

http://www.tedunangst.com/kqueue.pdf

http://people.freebsd.org/~jlemon/papers/kqueue.pdf

L’impatto tra le caratteristiche infantili e le norme sociali

Non ho mai trovato questo concetto espresso meglio che in queste parole  che sto per riportare (da “Parlare insieme” di Friedemann Schultz Von Thun, Editrice TEA). Lo psicologo spiega perché in noi avviene una scissione di personalità come risultato dell’educazione impartitaci dai genitori.

“Un’esperienza basilare per quasi tutti i bambini è la parziale inconciliabilità dei propri desideri e caratteristiche con le regole della società. <<Essere bravi, chiedere poco, sottomettersi, non rompere niente, reprimere la rabbia, non manifestare la propria sessualità, questi sono i divieti infinitamente difficili da interiorizzare, dai quali dipende il benessere psicologico del bambino>> (Richter 1974, p. 80). Primi tra tutti sono i genitori che attraverso la ricompenza o la punizione, l’affetto o la sottrazione di affetto, trasmettono queste norme al bambino insieme alla paura del suo Io indesiderato. Questa paura è giustificata, non è affatto nevrotica e porta all’adeguamento e alla repressione delle componenti <<cattive>>. In questo processo i genitori (e più tardi gli educatori dell’asilo, gli insegnanti, i coetanei) diventano una sorta di giudici, dal cui sguardo dipende la felicità e il senso del proprio valore. E il bambino impara che solo certi sentimenti, pensieri, comportamenti che gli appartengono riscuotono l’approvazione del giudice; gli altri sono <<cattivi>> e come tale devono essere repressi e nascosti agli altri.

A questo punto accade qualcos’altro: il bambino, con il passare del tempo, si appropria delle valutazioni del giudice, le <<interiorizza>>. Le sensazioni e gli impulsi proibiti non hanno più bisogno di un giudice esterno per essere repressi; scatenano automaticamente sensi di colpa e vergogna: il giudice ora è dentro di noi sotto forma di una coscienza, del senso dell’onore, del Super Io. Con la creazione del Super Io, la paura si fa sentire con meno prepotenza, perché gli impulsi, che implicano la punizione, vengono repressi in tempo; sulla fossa dei serpenti viene messa una copertura.”

mpd

In tempi di crisi dell’emotività “conviene” ancora investire affettivamente in qualcuno?

In tempi di crisi dell’emotività “conviene” ancora investire affettivamente in qualcuno? La rispostà è sì, ma con qualche riserva che cercherò di spiegare nel prosieguo del post.

Siamo in crisi economica certo, ma anche dell’emotività. Quello che facciamo giorno dopo giorno è trascinarci in una routine fisica e mentale logorante, senza un briciolo di consapevolezza su quali sono i motivi che ci spingono a fare le cose che facciamo, a sentire le cose che sentiamo. Non c’è chiarezza nella nostra esperienza.

Siamo emotivamente incapaci di capire affondo i nostri bisogni, e li frustriamo incessantemente con nuove relazioni disfunzionali che non fanno altro che aggiungere sofferenza al sacco emotivo che ci portiamo dietro dall’infanzia.

Ma cosa vuol dire investire emotivamente in qualcuno? Vuol dire condividere con quella persona le cose che ci fanno entusiasmare, o per meglio dire condividere l’entusiasmo che abbiamo in modo che anche lei si senta trasportata. Vuol dire aprirsi raccontando delle esperienze dolorose in modo che l’altro possa capire meglio noi ed il nostro passato e stare ad ascoltarlo con empatia quando lui/lei ci vuole rivelare qualche sua fragilità non additandola subito come una debolezza. L’investire affettivamente ha anche a che fare col curare l’altro e la relazione in modo che evolva, fargli sapere con gesti e parole che lo consideriamo importante, dargli le giuste attenzioni. In sostanza però investire emotivamente su qualcuno è condividere il tuo centro, le tue positività, in modo da attuare una comunicazione profonda, non solo a livello logico/razionale, ma anche a livello emotivo e di relazione, con quegli indicatori di cui parlavo poco sopra che fanno sapere all’altro: “Per me sei importante”.

Anche una piccola comunicazione, un piccolo gesto di gentilezza, può essere considerato un’apertura emotiva verso l’altro e quindi un investimento emotivo che stiamo facendo verso l’altra persona, ma se questa apertura viene frustrata da qualcosa, l’altra persona può ritrarsi. Ed a furia di ritrarsi si perde la voglia di avvicinarsi all’altro, e si crea distanza. Bisogna però capire bene, nel momento in cui compiamo il gesto, il carico emotivo e le aspettative che riponiamo in esso, ed anche che l’altra persona potrebbe non capirlo, potrebbe semplicemente reagire in un modo diverso da quello che prevedevamo nella nostra testolina, o potrebbe semplicemente non farsene nulla.

Dobbiamo quindi avere un confine e sapere quando ne vale la pena, e quando no. Quando ci siamo esposti troppo senza trovare riscontro e di conseguenza ne siamo stati frustrati. Costruire relazioni con un amico/a o con un partner richiede consapevolezza di come si è veramente (e non di come pensiamo di essere) e del proprio carico di traumi e sofferenze, e questo da entrambi i lati, e forse è questo il “guaio” maggiore, perché cercare di spiegare le reazioni alla relazione che si percepiscono al livello della comunicazione e dello stare insieme è una cosa difficile, molto difficile.

Come stai?

La sentiamo d’ovunque questa frase; nel contesto sociale è la preferita per iniziare una conversazione, insieme ad un ciao!, e questo sia che ci importi veramente della risposta sia che quelle parole abbiano per noi lo stesso interesse dell’ultima pettinatura di Lindsay Lohan .

In apparenza, quindi, questa domanda non riveste un gran significato, eppure se ci si impegna a rispondere seriamente e senza mentire a se stessi, è una domanda difficile che richiede un minimo di impegno e di introspezione.

Bisognerebbe prendere in considerazione, in primis, il rapporto con la persona che ci ha posto la domanda, la nostra fiducia in lei e nel fatto che lei possa capire quello che potremmo provare in quel momento. Poi l’effetto che le parole di risposta potrebbero avere sull’altra persona, se dicendo la verità, la sconvolgessimo a tal punto.

Poi ovviamente c’è la grossa fetta della domanda che riguarda noi, il nostro mondo emotivo, che comincia con l’autoconsapevolezza delle nostre emozioni nel momento stesso in cui si presentano. continua con la scoperta di cosa (o chi) ha provocato in noi quel determinato stato d’animo e finisce con la nostra capacità di comunicare il tutto in maniera “sintetica”, chiara e capibile dall’altra persona.

Certo, se uno non ne ha voglia, potrebbe dire solo: “Benone, grazie!”. Ma sapere come, e perché, si sta in un certo modo è essenziale nel cammino dell’ autoconsapevolezza. La corretta percezione del corpo e delle emozioni non è cosa semplice per tutta una serie di ragioni, perché, quello che sostanzialmente accade con l’avanzare dell’età è un progressivo distacco dal corpo, dalle emozioni, ad opera dei molti condizionamenti che operano in noi e di cui non siamo consapevoli, ma che ugualmente hanno il loro effetto.

La conseguenza di tutto questo è quella che le nostre movenze sono simili a quelle dei robot, siamo rigidi nel corpo e lo siamo anche nel cuore, abbiamo paura.

Forse ricamare tutto questo da una semplice domanda può sembrare forzato, ma se ora vi chiedessi: “Come state?”, cosa rispondereste?

 

 

 

Siamo veramente liberi di scegliere cosa essere?

Siamo veramente liberi di scegliere cosa essere nel presente? La mia risposta è si, lo siamo, e nel prosieguo cercherò di spiegare perché per me è così, ma ci vuole un pò di impegno per diventare “liberi”.

Sin dall’infanzia abbiamo piantato dei semi che piano piano stanno dando frutto ora, il buddhismo afferma che questi semi si sono accumulati lungo il corso delle innumerevoli vite che abbiamo passato nel samsara, cioè nell’esistenza ciclica di morte e rinascita e quindi di sofferenza, ma senza andare così oltre siamo tutti consapevoli dell’importanza del passato in ciò che ha fatto di noi quello che siamo nel presente.

In questo contesto le parole chiave per cercare di capire perché veniamo così pesantemente influenzati dal passato sono “educazione”, “figure autoritarie e genitoriali”, “traumi”, “relazioni di attaccamento”, “ambiente favorevole”, “trascorsi emotivi”, ecc. Tutte parole che si riferiscono al periodo della nostra vita più sguarnito sotto il punto di vista delle difese, fisiche ed emotive, che non potevamo mettere in atto.

Abbiamo dovuto, in un modo o nell’altro, soccombere al bisogno di amore che avevamo perdendo parti importantissime di noi che ora si fanno risentire e ci creano tanti problemi. In più ed in concomitanza, e cosa ben più grave forse, abbiamo sviluppato delle maschere per renderci ciechi proprio di quelle parti che in passato erano state rifiutate. Generalmente parlando queste parti che abbiamo bisogno di integrare sono legate alle emozioni forti e conflittuali che non sono state capite. Il bambino ha un’estremo bisogno di accettazione incondizionata, perché l’accettazione di sè è legata all’amore che lui sente provenire dalle persone che gli vogliono bene, quindi non accettare le emozioni del bambino significa non amarlo.

Il risultato è che siamo pezzi di un puzzle di cui non riusciamo a vederne il disegno, sembrano essere un mostro non ben identificato, quando invece, se ci si dà il tempo e la pazienza di metterli insieme, essi raffigurano uno splendido paesaggio.

Quindi un lavoro certosino di ricerca e ricollocazione delle parti presenti in noi è doveroso, e questo è un aspetto di quello che chiamo consapevolezza. Consapevolezza dei propri trascorsi emotivi, in questo caso.

Ecco perché ci vuole impegno, perseveranza e pazienza.

C’è anche un altro tipo di consapevolezza, quella del momento presente proprio nel momento in cui accade. Se ci fosse questo tipo di saggezza continuativa non dovremmo fare tutto il lavoro di ricostruzione delle parti in noi, perché è come se cogliessimo con arco e freccia direttamente il centro di un ipotetico bersaglio in un sol colpo invece di continuare ad esercitarci e a migliorare la nostra tecnica. Ecco perché le meditazioni di consapevolezza sono importanti, perché anche se siamo coscienti che dopo un pò perderemo la sensibilità nel cogliere le sfumature del respiro dobbiamo tendere al “centro” di noi stessi, direttamente e senza intermediari.

Spero di aver fatto capire che per me libertà è soprattutto libertà emotiva. E’ quando si sciolgono tutti i nodi emotivi che ci si sente liberi. Come dopo una grande impresa, quando siamo al culmire della soddisfazione, respiriamo in un certo modo.

Quel tipo di respiro dovrebbe accompagnarci sempre.

There’s always something to learn, even from someone unexpected.

I recently bought an LPCxpresso base board with a LPCxpresso lpc1769 to dive into the embedded world.

I think that know ARM’s microcontroller and a bit of the embedded development (with a RTOS) can boost your engineer mind, even a computer science engineer. The same idea, that an engineer (at least the set that have to deal with microprocessors and eletronic device) have to know a bit of low-level stuffs,  has been accepted by the University of Bologna, with at least two course that focus on embedded stuffs (but maybe more than two); but not from my actual University (sadly).

But not digress, the purpose of this post is to share a link of a comment (that have some wisdom) on a web page. The page is an “about” page of a German guy, Elia, that is 16 years old and have the passion for electronic, that will take him away, according to the man’s comment.

The comment on that page is awesome, check it out.

 

 

Qual è il tuo centro?

526748_434987003222518_101372040_nQualche giorno fa sono stato al cinema a vedere “Le 5 leggende”, l’ultimo film di animazione della DreamWorks. Sicuramente da vedere.

In una scena particolarmente densa di significato Nord, Babbo Natale, chiede a Jack Frost (il protagonista) se conosce o meno il suo centro. Jack risponde che non sa di cosa parla; non ricorda nulla del suo passato figuriamoci se sa qual è il suo centro. A questo punto Babbo Natale chiede a Jack di prendere una bambola matrioska e di aprirla: lì dentro, in fondo a tutti gusci, c’è il centro di Nord.

Ebbene il suo centro è un pezzettino di legno unico, indivisibile, raffigurante un bambino meravigliato, con graaandi occhi stupefatti. Nord dice che è quella meraviglia che vuole condividere col mondo, perché quella è la parte più pura e più profonda di lui.

Ecco che la scena di un film di animazione si trasforma in un insegnamento spirituale di altissimo livello.

All’esterno vi sono tante identità incastrate una dentro l’altra, ognuna con un proprio linguaggio (ebbene si), un proprio modo di vedere le cose, dei propri bisogni (il più delle volte frustrati), un proprio mondo onirico. Sono i programmi di cui ho parlato nei post precedenti (vedi affrancarsi dalla mente macchina), reazioni automatiche che si cristallizzano fino a diventare identità in cui noi ci riconosciamo e pensiamo siano noi. Sono maschere che in passato abbiamo indossato e che ci hanno fatto indossare per tanto di quel tempo che non riconosciamo più neanche noi il nostro centro. Esse sono il frutto dell’educazione impostaci, delle umiliazioni e dei traumi subiti. In una parola sono condizionamento. 

Per affrancarci da tutto questo dobbiamo risolvere le emozioni che stanno dietro a tutte queste numerose identità. Dobbiamo cioè, piano piano, con tanta pazienza e dolcezza, aprire tutti quei gusci vuoti per ritrovare la nostra pienezza dell’indivisibile. 

Può darsi che in superficie troveremo tante maschere di accondiscendenza, buonismo, ipocrisia, superiorità, per poi arrivare ai gusci vuoti della rabbia, dell’abbandono, del dolore, della frustrazione.

Dobbiamo scavare affondo. Dobbiamo essere dei cercatori di verità. Della nostra verità.

Si può fare in molti modi, è un cammino spirituale dalle molte forme e vie, tutto stà nello scegliere la via giusta per noi.

E quindi, dov’è il vostro centro? Quali sono i gusci vuoti che dovrete attraversare per arrivare al pezzettino di legno pieno? Quali sono le facce raffigurate sui gusci?

 

L’importanza del proprio mondo emotivo.

Siamo come dei moderni Mersault. E’ il protagonista di un romanzo di Albert Camus, egli riassume bene la tendenza odierna della società verso la robotizzazione e l’alienazione dalle proprie emozioni e dal proprio corpo.

Siamo come dei moderni, tecnologici, industrializzati, multinazionalizzati…zombie. Quelli sono già morti, ma noi non sappiamo cosa sia vivere. Ci trasciniamo giorno per giorno in una routine che è tutta uguale, senza un minimo di consapevolezza.

Le città sono sempre più alienanti, abbiamo efficientissimi scambi di lavoro e di sesso (che chiamiamo relazioni d’amore); siamo macchine. Facciamo qualsiasi cosa pur di non dover restare soli con noi stessi perché questo vorrebbe dire dare parola alle nostre vere priorità, ai nostri veri bisogni. Che sono gli stessi essenzialmente per tutti: avere una vita densa di emozioni positive e vivere attorno ad un ambiente e a delle persone che scaldano il cuore, per cui proviamo profondi sentimenti e ne siamo in questo ricambiati. Ed è qui che sorge il problema.

Non sappiamo più cosa significhi provare delle emozioni e dei sentimenti, un tempo lo sapevamo, da bambini; ora non più. La psicoterapeuta Alice Miller nel suo libro “Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé” centra bene il problema. Il tema del libro è la perdita del proprio Sé, cioè della capacità di provare delle emozioni autentiche, che sono in sintonia perfetta con quello che sentiamo. La perdita è il risultato della mancanza di amore, di affetto e di empatia nell’infanzia sommata al fatto di dover corrispondere ad un’immagine imposta dai propri genitori (per le loro esigenze di potere), oltre che al fatto di aver subìto maltrattamenti ed abusi (sia fisici che verbali), come se non bastasse. E’ un dramma nascosto, però. Perché idealizziamo chi non ci ha cresciuti con amore, insomma è il lascito di un’idea che ci portiamo fin da bambini perché allora non potevamo far altro che mentire a noi stessi. Ne andava di mezzo la nostra sopravvivenza in quanto bambini bisognosi di cure. Perché realizzare una tale verità allora avrebbe voluto dire morire, né più né meno.

Si crea così una spaccatura nella personalità, che è poi una spaccatura a livello emotivo. Non riconosciamo né proviamo più emozioni. Le subpersonalità crescono e si fanno forti e strutturate. Ecco che si creano le condizioni per una vita adulta fatta di depressione, insoddisfazione cronica, totale assenza di capacità di avere contatti con persone che non ci denigrano, ci fanno stare male, ci sfruttano…Il risultato è sofferenza. Che affonda però le radici sempre nelle modalità di relazione con le figure genitoriali e importanti della nostra infanzia. Il disco è rotto, e si ripete. Finché non si spezza il circolo, i figli dei figli faranno gli stessi errori, e così via.

Riprendere contatto con le proprie emozioni ed il proprio corpo vuol dire venire a contatto con reazioni che penseremo non avremmo mai avuto. Vuol dire ristrutturare la propria identità, che è essenzialmente fatta di immagini statiche e ammuffite, per accogliere altre sfaccettature, per accogliere il dinamismo di un corpo che sente, prova, gioisce, piange e ride, si arrabbia, scalpita e screpita. Grida.

C’è sempre un’emozione che fa da sfondo a tutta la nostra routine, oramai non c’è ne accorgiamo più dato che è diventata così scontata da non sentirla. E’ da lì che dobbiamo partire alla ricerca di quello che veramente siamo.

Siamo corpo, oltre che mente. Non dimentichiamolo. Facciamo in modo che il corpo riprenda il posto e la dignità che gli spetta.

Il problema delle immagini di sé.

Oggi vorrei parlare delle immagini di sé. Quei macigni che ci portiamo dietro da tanti anni. E che ci creano molti problemi e sofferenze.

Cristallizazioni di ruoli, di aspettative delle nostre figure autoritarie di un tempo, esse sono essenzialmente il risultato delle pressioni “educative” impartiteci nell’infanzia.

Dovevamo essere “bravi” bambini, non dovevamo far arrabbiare i genitori, dovevamo fare quello che dicevano loro, dovevamo andare a letto presto, fare silenzio, essere educati. Dovevamo essere come loro volevano che fossimo. Gli esempi non si contano più. Quanti genitori interrogati avrebbero risposto “che era per il loro bene”, anche se gli veniva mollato un ceffone. Ma i bambini vedono soltanto che di fronte a loro c’è una persona aggressiva, ed hanno paura, che dovrebbe amarli, difenderli ed accettarli per quello che sono. Invece fa proprio tutto il contrario. Quanti genitori con la scusa del “ceffone che fa bene” perpetuano soltanto il loro potere su di un figlio? E se interrogassimo il loro inconscio, che riesce a discriminare chiaramente le motivazioni dietro un gesto, cosa avrebbe risposto?

Sono delle maschere talmente radicate che, quando le indossiamo, reprimiamo una parte considerevole del nostro universo emotivo. Così, non sei libero.

Perché cerchi sempre di piacere a tutti? Perché sei accondiscendente? Tendi a minimizzare un fatto che lede la tua dignità e a razionalizzare sull’accaduto? Giustifichi troppo le persone di cui senti di avere bisogno?

Il problema è che una volta radicate divengono la tua identità, ti identifichi con queste maschere. Pensi che sia normale accontentare tutti, essere remissivo, evitare di incazzarti palesemente (anche se dentro ribolli ma nemmeno tu lo percepisci), eccetera. Tutta questa grande farsa non fa altro che renderti inconsapevole di tutte le tue parti. Si esatto, sei composto da parti. Spesso in disaccordo perché hanno bisogni diversi, che non sai manco tu quali. Ma tutte parlano e tutte vogliono essere riconosciute, apprezzate ed amate in egual misura. In questo senso se reprimi una parte di te poi quella parte in qualche maniera si farà risentire sotto altra forma, nei sogni ad esempio oppure come un sintomo psicosomatico.

Conosci le parti che ti compongono? Sai quali sono i bisogni frustrati di cui sono una diretta conseguenza? Riconoscere che non siamo uno,  cercare le proprie parti, farle esprimere ed evolvere verso l’unificazione è una necessità per quelle persone che hanno scelto di intraprendere un cammino di consapevolezza.

Stà sicuro che ristrutturare la propria identità farà male. Crea agitazione, angoscia, smarrimento.

Rifiutare le maschere  che si son formate da tanto tempo per scoprire chi veramente siamo significa mettere in dubbio una parte considerevole di quello che noi pensiamo di essere. Non è un processo semplice. E manco di breve durata.

 

 

Perché iniziare a meditare.

“La radice dei nostri stati mentali è dentro di noi”. E’ un caposaldo del Buddhismo e sono sicuro che la psicologia occidentale non avrebbe nulla da ridire su questa frase.

Siamo noi che creiamo la nostra realtà e siamo noi che “decidiamo” come reagire alle varie situazioni. C’è sempre un margine di manovra, sempre una scelta da fare, per quanto piccola o inconsapevole che sia. L’educazione, i traumi ed il passato servono solo a farci rifare gli stessi errori ed a trovare le stesse persone che vorremmo evitare.

Tutto è il risultato di cause e condizioni che si aggregano a formare l’ infelicità/illusione, o la felicità/realtà. Nulla possiede il carattere della permanenza. Il Buddhismo è molto chiaro in ciò.

Siamo sempre più prigionieri delle nostre tendenze, o semi nel Buddhismo. Le tendenze sono le cose che penseremo, diremo e faremo se il nostro passato avesse la sola voce in capitolo di decidere per noi. Ma non è così.

Ecco perché ognuno è responsabile del proprio atteggiamento e del proprio modo di porsi con gli altri. Può irradiare un’energia positiva, che mette a proprio agio le persone che ne vengono raggiunte; oppure può irradiare rabbia, spesso non riconosciuta e velata, disprezzo, spesso inconsapevole, quando addirittura odio e violenza (psicologica, è ovvio).

Il punto fondamentale è che il nostro passato ci perseguita, sempre. A meno che non abbiate trovato dei genitori che vi abbiano fatto esprimere (e non reprimere) tutta la tavolozza dei colori delle emozioni avete sviluppato una scissione. Nella percezione, è questo il guaio. E poi nella personalità, doppio guaio. Nella società odierna tutte quelle emozioni che hanno come base la rabbia, la tristezza e loro derivati non sono bene accette.

Dobbiamo assecondare le aspettative del genitore perché crediamo che lui sappia cosa è meglio per noi. E se il papà o la mamma vuole un bambino che non si arrabbia mai o non è mai triste noi impareremo a fingere. Fingere. E poi crederemo che quella maschera che c’eravamo messi tanto tempo fa per piacere alle figure autoritarie della nostra infanzia siamo noi. Ma non può essere. E’ una follia.

Allora cosa dovremmo fare? Continuare a fingere? Certa gente è così tanto immersa nelle proprie maschere e nelle proprie illusioni che davvero non si rende conto di nulla.

Unificare corpo è mente significa, anche, riappropriarsi delle proprie emozioni cacciate a forza dentro il nostro sacco emotivo, solo perché qualche adulto lo voleva.

E qual’è il cammino che conduce, tra le altre cose, a riappropriarsi delle proprie emozioni e percezioni? La consapevolezza, semplice. Ci sono innumerevoli metodi per aumentare la consapevolezza di sé, ma la meditazione vipassana è quella di cui voglio parlarvi in questo momento.

Tecnica finissima per sondare la realtà in tutti i suoi innumerevoli aspetti la meditazione di visione profonda mira a sviluppare “una consapevolezza ininterrotta del momento presente” come dice bene il venerabile monaco Henepola Gunaratana, nel suo “La pratica della consapevolezza – in parole semplici”, edito da Ubaldini Editore.

Il Buddhismo ha dato alla mente un ruolo centrale ed il Buddha, duemilacinquecento anni fa, la chiamava “scimmia”, perché non sta mai ferma. La meditazione vipassana mira ad uno stadio iniziale a sviluppare una certa concentrazione e calma (come diretta conseguenza), e poi a sondare tutte le manifestazioni che si affacciano al nostro universo percettivo. Buone o brutte, piacevoli o spiacevoli. Non importa. La consapevolezza deve essere continuata e non divisa. Proprio il contrario di come ci troviamo noi adesso. Scissi e non in pace.

Ecco quindi che la pratica permetterà a tutta l’immondizia emotiva che ci portiamo dietro di manifestarsi, ma questa volta con consapevolezza. Ed il fatto di puntare su queste emozioni spiacevoli la luce dell’attenzione consapevole le farà dissolvere, senza che più si manifestino. Il karma si è interrotto, non getteremo più le basi che saranno le condizioni per una futura infelicità, ma avverrà tutto l’opposto. Impareremo ad innaffiare i semi delle emozioni positive e a lasciare senz’acqua quelli delle tendenze negative. Ma ci vuole tanto tempo, e bisogna pur iniziare da qualche parte.

Perché quindi non sedersi in meditazione?